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Presente storico

IL PORTICATO

ENZO R. LAFORGIA - 23/04/2021

lapidiA Varese, nel prossimo autunno, si voterà per il rinnovo dell’Amministrazione comunale. La campagna elettorale è iniziata, anche se un po’ in sordina. Chiunque sarà scelto alla guida della città, tutti coloro che saranno chiamati a far parte del futuro organismo di governo cittadino, tutti quelli che saranno eletti in Consiglio comunale, da qualunque esperienza politica vi arrivino, nel momento in cui varcheranno la soglia di Palazzo Estense, volgano lo sguardo ai busti e alle lapidi che affollano gli ampi porticati. In quelle pietre, potranno rintracciare il filo della Storia che li ha portati fin lì, potranno riscoprire le ragioni per le quali saranno stati liberamente eletti, in rappresentanza della libera volontà di liberi cittadini, in libere formazioni politiche, esprimendo liberamente le proprie opinioni e difendendo la libertà di sostenere le proprie idee.

Varese, come si sa, fu elevata a capoluogo di provincia nel 1927. A conferma del nuovo ruolo amministrativo e del nuovo peso politico acquisiti, la città ospitò, nell’estate di quello stesso anno, le manovre dei reparti della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale di tutte le Legioni della Lombardia. Queste si conclusero il 13 agosto con «una grandiosa adunata» e le Centurie poterono marzialmente sfilare alla presenza nientepopodimeno che di Sua Eccellenza l’onorevole Augusto Turati, segretario generale del Partito nazionale fascista.

Giunto in Municipio, Turati fu accolto dalle autorità del luogo, primo fra tutti il podestà Domenico Castelletti. Foto e filmati dell’epoca documentano il momento in cui Augusto Turati si affacciò dal balcone del palazzo, mentre una folla immensa occupava tutta la via Sacco.

Di lì a poco, ci si accorse che in tutto il Municipio ancora mancava una effigie di quel duce, che, con uno storico telegramma inviato al podestà il 6 dicembre 1926, aveva annunciato l’elevazione di Varese «alla dignità di capoluogo di provincia». A tale imperdonabile mancanza, lo stesso podestà sopperì nella primavera del 1929. Agli inizi di giugno di quell’anno, nel Salone di rappresentanza di Palazzo Estense, da poco restaurato, fu sistemato un busto bronzeo raffigurante Benito Mussolini, l’«Uomo mandato dalla Provvidenza a reggere le sorti dell’Italia nuova, salvata per sua opera dalla rovina ed avviata ad un avvenire di gloria e di pace», come si legge nel quotidiano locale dell’epoca. L’opera era stata realizzata da tale Luigi Rossi, scultore originario di Arcisate.

Oggi, invece, quando si accede in Palazzo Estense attraverso il portone principale, sulla parete di destra lo sguardo incrocia una lapide marmorea, che ricorda i caduti della battaglia del San Martino, consumatasi nel novembre del 1943. La lapide fu inaugurata il 13 ottobre del 1963 e le parole che oggi vi leggiamo furono allora dettate allora dal lavenese Aristide Marchetti, partigiano e importante uomo politico (fu deputato e senatore per la Democrazia cristiana). Nel ventesimo anniversario di quella battaglia, uno dei primissimi episodi della nostra lotta di Liberazione, la Città di Varese esprimeva «orgoglio e riconoscenza» nel ricordare i suoi «figli caduti».

Qui, il 28 aprile del 1945, due giorni dopo la liberazione della città, si insediò la prima Giunta municipale, espressione del Comitato di liberazione nazionale. Fu indicato quale Sindaco il varesino Enrico Bonfanti, che già nel 1928 era stato condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a cinque anni di carcere. Si era poi rifugiato in Svizzera, paese da cui venne espulso per aver manifestato contro la Germania, davanti alla sede consolare di Basilea. Bonfanti si recò poi a Marsiglia e, nel 1936, corse in Spagna ad arruolarsi tra i volontari delle Brigate internazionali che difendevano la Repubblica contro i militari guidati da Franco e sostenuti dall’Italia fascista e dalla Germania hitleriana. Rientrato in Francia, fu internato in un campo di concentramento e poi trasferito in Italia, dove venne confinato a Ventotene. Qui rimase sino all’8 settembre del 1943 e in seguito prese parte alla Resistenza.

Nel corso di quella prima seduta, la Giunta ciellenistica approvò all’unanimità delibere che avevano un forte valore simbolico. Intraprendendo l’inedita e straordinaria avventura della democrazia, era necessario infatti rifondare lo Stato anche nei suoi aspetti più immediatamente tangibili, come i nomi delle vie e delle piazze su cui si erano stratificati vent’anni di mitologia fascista.

In quella stessa occasione fu poi deliberata la revoca della sospensione dalle funzioni di Capo dell’Ufficio anagrafe di Calogero Marrone. Questi era stato allontanato dal suo ufficio proprio da Domenico Castelletti il 31 dicembre del 1943, a seguito della denuncia dell’ufficiale tedesco Walter Knop: l’impiegato comunale, secondo l’accusa, aveva consegnato documenti falsi a due ebrei. Il 7 gennaio 1944 fu arrestato e trasferito presso il carcere dei Miogni, dove fu trattenuto sino al 25 gennaio. Da qui fu poi spostato presso il carcere di San Donnino di Como, probabilmente perché i fascisti erano venuti a conoscenza delle intenzioni dei partigiani varesini di liberarlo. Il 20 luglio fu recluso nel VI braccio di San Vittore, a Milano, tra i detenuti politici e poi, il 23 settembre, inviato al campo di transito di Bolzano-Gries. Qui rimase quasi certamente sino al 5 ottobre dello stesso anno. La sua ultima destinazione fu il campo di Dachau, dove presumibilmente morì il 15 febbraio 1945. Una lapide è stata posta in sua memoria nel 1994 proprio in prossimità dell’anagrafe.

Un’altra lapide, collocata sulla destra e inaugurata alla vigilia del 25 aprile del 1999, è dedicata a Giuseppe “Claudio” Macchi, comandante della 121a Brigata Garibaldi intestata a Walter Marcobi, una delle vittime di quella mattanza, che ancora oggi viene ricordata in Varese come Ottobre di sangue. Il comandante “Claudio” fu tra coloro i quali contribuirono alla liberazione della nostra città nella primavera del 1945.

Quando sarà il momento, per favore, i nuovi Amministratori, entrando a Palazzo, ripensino a ciò che è stato, a ciò che ha significato il passaggio da una dittatura ad una democrazia. Ripensino a quanto è costata la conquista della democrazia e a quanto è costato difenderla. Ripensino a quanto ancora c’è da fare per perfezionarla e correggerla. E poi, prendano posto tra i loro scranni ed esercitino liberamente e responsabilmente il loro temporaneo mandato.

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