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Attualità

LA POLITICA A FILO DI LOGICA

CAMILLO MASSIMO FIORI - 19/10/2012

Con l’avvento del governo tecnico la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento ha avuto un’accelerazione e un anticipo, ma i partiti non dimostrano di avere le idee chiare su come impostarla per ricevere la fiducia degli elettori e far rientrare il fenomeno di un generalizzato astensionismo.

Anche in politica, come in tutte le azioni umane, deve prevalere la logica, ma le due principali forze politiche sono in difficoltà: il P.D.L. si trova in una situazione di disfacimento e il P.D. è dilaniato da controversie interne mentre i movimenti populisti, quello di Beppe Grillo e la Lega, possono intercettare voti di protesta ma non sono tuttavia in grado di offrire una soluzione alternativa concretamente praticabile.

Se il Partito Democratico è convinto di poter raggiungere la maggioranza dei voti con le forze della sinistra radicale, di poter condividere un programma comune e, soprattutto, di poter governare il Paese nella prossima legislatura sulla linea dell’equità e del rigore, l’opzione del “bipolarismo” e della coalizione sarebbe ragionevole. Avrebbe il merito di rendere nota la composizione del governo prima del risultato elettorale ma anche l’inconveniente di prolungare l’esperienza negativa di questi due decenni che ha estremizzato la politica (“tra quelli che sono di qua e quelli che stanno di là” con i molti che non vogliono schierarsi) sulla base di motivazioni emotive, identitarie ma non razionali. Il rischio è quello di frammentare un Paese, di per sé già poco unito per ragioni storiche e culturali, e quindi propenso ad esprimere posizioni differenziate, come avviene in tutto il mondo democratico, salvo che in America.

Viceversa, se il P.D. ritiene che la maggioranza dei consensi non sarebbe raggiunta o risulterebbe risicata dovrebbe puntare su un sistema proporzionale corretto dal premio di maggioranza (al partito, non alla coalizione), dalla soglia di sbarramento  (per evitare la proliferazione di partiti fasulli) e dalla “sfiducia costruttiva”.

Questa seconda opzione avrebbe l’innegabile svantaggio di rimettere nelle mani dei partiti, ad elezioni avvenute, la formazione del governo e del programma e pertanto costituirebbe un “salto nel buio”, ma allargherebbe lo spazio della “moderazione” (non del “moderatismo”) che avvantaggerebbe la società, costruendo un “centro” politico diverso dalla “destra” e dalla “sinistra” e di cui il P.D. potrebbe diventare un attore importante.

I post-comunisti sono tuttora condizionati dalla “sindrome di Occhetto” che vedeva nella distruzione del “centro” e della Democrazia Cristiana la condizione per sopravvivere. Il risultato – come si sa – è stato l’avvento del “berlusconismo”, fenomeno evolutivo dei fascismi del secolo scorso, inteso da Piero Gobetti come “autobiografia della nazione” anziché,  come affermava Benedetto Croce, una parentesi nella storia italiana.

Sin dal primo dopoguerra socialismo massimalista e fascismo hanno costituito alibi l’uno nei confronti dell’altro per radicarsi nella società; senza il primo non ci sarebbe stato il secondo e ancora oggi Berlusconi giustifica la presenza del suo partito come argine al comunismo, non importa se questo è storicamente scomparso. Dicevano gli antichi: “simul stabunt, simul cadent”.

Se si continua a dare spazio ad una destra che in Italia è, da sempre, culturalmente egemone il P.D. rischia un inevitabile declino, perché non è dato che un partito non estremista sopravviva tra due estremismi opposti: il vaso di coccio tra vasi di ferro si frantuma.

Quanto al delicato problema dei voti di preferenza è indubbio che il risultato è largamente influenzato, oltre dalle apparenze come la simpatia e la gradevolezza, da fattori ben più concreti: l’appoggio delle lobby (e delle mafie), la disponibilità di cospicui “budget” personali (che incentivano la tentazione alla corruzione); tuttavia la soluzione di lasciare la scelta ai partiti, anche con il sistema uninominale, è sbagliata e impoverisce la democrazia e la partecipazione popolare; (già adesso, operai, impiegati, ceto medio, la “gente normale” non possono agevolmente accedere alle istituzioni).

Si possono invece trovare rimedi parziali e efficaci, come  i limiti di spesa, i “curricula” personali e, soprattutto, pratiche trasparenti di scelta dei candidati; inoltre i partiti hanno in mano lo strumento decisivo: l’ammissione delle candidature nelle loro liste.

Anche nell’area più avanzata del Paese la corruzione ha inquinato la Regione Lombardia  ove sono indagati il presidente Formigoni, cinque assessori e tredici consiglieri su un totale di ottanta; un membro della giunta è stato arrestato per compravendita di voti necessari alla sua elezione. Come ha spiegato il pubblico ministero Ilda Boccassini “mettersi nelle mani dei boss della ‘ndrangheta significa mettere la propria funzione a disposizione dell’organizzazione criminale, significa diventare di loro proprietà e non potersi più sottrarre alle loro richieste”. Non si può più parlare di casi isolati ma di un sistema di potere basato su politica e affari. “Purtroppo, la vera antipolitica – ha scritto “Famiglia Cristiana” – è l’insensibilità dei partiti. La loro incapacità di capire la gravità del momento e la loro resistenza a un profondo rinnovamento”.

Colpisce il silenzio della “società civile” in quella che fu chiamata la “capitale morale” d’Italia e altrove le cose non vanno meglio. Il movimento ecclesiale  di C.L. che da vent’anni accompagna l’ascesa del “celeste” con una vasta messe di voti non ha nulla da dire?

I politici sono però una rappresentazione dei cittadini i quali dovrebbero anch’essi assumere un  atteggiamento più responsabile nelle scelte dei loro rappresentanti nelle istituzioni.

Di fronte a questa situazione i partiti non prendono posizione e anche il P.D. indugia nel compromesso che rischia di essere percepito come ambiguità di fondo. Un partito che subisce una situazione, si fa trascinare dagli eventi anziché interpretarli e correggerli è poco credibile nella affermazione di voler portare avanti l’ “agenda Monti”; già adesso vi sono tentativi di correggere le riforme (reintroducendo la pensione a cinquantotto anni)  con la solita, deleteria abitudine di addossare i conti allo Stato; il che, in  ultima analisi, significa che saranno i cittadini a pagarli, prima o poi.

Le tattiche possono risultare utili ma non possono mai sostituire la strategia.

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