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Spettacoli

BURT, IL DURO SIMPATICO

MANIGLIO BOTTI - 15/03/2013

Ci sono almeno due film che quelli della mia generazione, quando pensano a Burt Lancaster, ricordano subito: il primo è un western, “Vera Cruz”, di Robert Aldrich, del 1954, che il nostro interpretò insieme con un altro grande dell’epoca, Gary Cooper; il secondo è “L’uomo di Alcatraz” (Birdman of Alcatraz), del 1962, di John Frankenheimer, il film in cui Lancaster dà vita cinematografica all’uomo che in carcere allevava canarini. Sono due personaggi, due interpretazioni completamente diverse, dall’atletico e sardonico Joe Erin – un avventuriero pieno di vizi e di difetti ma tutto sommato positivo – all’ergastolano Robert Stroud, condannato per l’uccisione di un secondino e divenuto poi uno dei più importanti ornitologi degli Stati Uniti, un personaggio trattato con intimismo e anche con circospezione, nonostante il dato di partenza. Sono due cifre interpretative che danno la giusta misura e lo spessore di Lancaster attore.

Burt Lancaster (1913-1994) non è mai stato considerato in assoluto una star hollywoodiana di prima grandezza, nel senso che minori, rispetto ad altri divi dello schermo, sono state le sue concessioni allo sfruttamento e, magari, anche al logorìo dell’immagine. Clark Gable, per esempio, diceva che, sì, Burt Lancaster era bravo, fisicamente prestante e che se fosse stato anche capace di recitare sarebbe senz’altro potuto diventare il suo successore.

Un limite, forse, quello delle “capacità recitative”, di cui anche Burt Lancaster era cosciente. Tuttavia egli suppliva alle eventuali carenze con l’impegno e la volontà. Senza spocchia. Un suo posto, oggi, in quel variegato firmamento, di sicuro, ce l’ha, e nei luoghi più alti. Ne è prova provata l’Oscar conquistato nel 1961 – cinquantadue anni fa e quando l’attore aveva quarantotto anni – per “Il figlio di Giuda” (Elmer Gantry), diretto l’anno prima da Richard Brooks, e tratto dall’omonimo romanzo di Sinclair Lewis, che era stato – nel 1930 – il primo americano a essere insignito del Premio Nobel per la letteratura. Lo stesso Lancaster ha sempre parlato del “suo” Elmer Gantry come del personaggio più amato. Non aveva fatto fatica, diceva, a rappresentarlo, perché lui era Elmer Gantry.

Magari, Burt Lancaster si sopravvalutava un po’, e anzitutto sopravvalutava il suo passato. Ma in un certo senso qualche ragione per rendere senza fatica il suo Elmer Gantry affabulatore, cinico, convincente oltre modo ce l’aveva. Burt, che era nato, a Harlem (New York), figlio di un postino, s’era fatto strada prima per meriti sportivi e atletici – per una quindicina d’anni aveva fatto il trapezista in un circo, fino a quando non fu costretto a smettere per la slogatura di un polso – poi, entrato nel circuito hollywoodiano – ma era stato anche militare in Europa e in Italia, nei servizi speciali, durante la guerra – aveva dato ottime prove anche con interpretazioni misurate e scarne, e non solo in quelle del duro e spaccamontagne.

Da noi, in Italia, Burt Lancaster trovò notorietà nel 1963 per la centratissima, autorevole interpretazione del principe don Fabrizio di Salina, l’austero Gattopardo dell’omonimo film di Luchino Visconti, dove giganteggiava – non soltanto per la statura e per il fisico – tra altri impareggiabili attori: Alain Delon, Claudia Cardinale, Paolo Stoppa… La confermò, poco più di dieci anni dopo, ancora con Visconti, in “Gruppo di famiglia in un interno” e, ancora, in “Novecento” di Bernardo Bertolucci nel 1976. Per il resto, Lancaster non disdegnava – non ha mai disdegnato – il genere western, di cui a buon diritto può essere considerato uno degli interpreti più famosi e importanti, alla pari di un Gary Cooper o, soprattutto, di un John Wayne. Bellissimi – o almeno da ricordare – i film della sua cosiddetta maturità: “I professionisti” (The professionals), di Richard Brooks, del 1966; “Joe Bass l’implacabile (The Scalphunters), di Sidney Pollack, del 1968; “Io sono la legge” (Lawman), di Michael Winner, del 1970; “Io sono Valdez” (Valdez is Coming), di Edwin Sherin, del 1971; “Nessuna pietà per Ulzana” (Ulzana’s Raid), di Robert Aldrich, del 1972. Quest’ultimo, senz’altro, uno dei migliori western dell’epoca.

È anche in questa serie che si è sempre ritrovato – a volte eccellente, a volte ordinario ma mai dimesso o di scarsa personalità – l’attore Lancaster più noto. E ha così suscitato un certo scalpore – alcuni anni dopo la morte – un articolo del “Sunday Times” che l’ha annoverato come bisessuale, o forse gay; lui così duro e macho. Per di più sposato (tre le sue mogli o compagne) e con una bella schiera di figli. La voce era cominciata a circolare sin dai primi anni della sua carriera di attore, complici anche alcuni articoli scritti dalla più famosa “pettegola” di Hollywood, Elsa Maxwell. Le dicerie sulla sua bisessualità si alternavano con quelle di un modo di vita – recitativo e privato – decisamente sopra le righe. Per esempio si ricorda ancora l’audacissima scena del bacio sulla spiaggia con Deborah Kerr nel film “Da qui alle’eternità” (From Here to Eternity), nel 1953, di Fred Zinneman. Film, raccontano, considerato “profondamente immorale” anche dall’FBI, che investigò in proposito.

Sulla sua condotta sessuale meglio non indagare oltre, né – se del caso – emettere sentenze. E a maggior ragione oggi. Certo le preferenze che il grande regista italiano Luchino Visconti ha sempre avuto per lui (ma per il “Gattopardo” e per il principe di Salina Luchino aveva pensato prima a Marlon Brando, salvo poi ricredersi) non fanno sparire le voci. Le stesse voci che avevano investito, in quel momento, anche Alain Delon. Ma, tant’è, erano fatti suoi, fatti loro.

E non serve a nulla parlarne anche con una certa morbosa curiosità. Che resta, e che viene nutrita dal cuore, oggi, è solo è la leggenda dell’eroe volenteroso e generoso, mai ambiguo, che dagli schermi ci ha sorriso o intrigato o appassionato in decine e decine di film.

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