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Attualità

MORIRE IN SIRIA

VINCENZO CIARAFFA - 12/07/2013

Giuliano Delnevo

La morte in combattimento di Giuliano Delnevo, un ragazzo di Genova convertito all’Islam, avvenuta il mese scorso in Siria, dovrebbe indurci ad alcune riflessioni anche perché pare che, al momento, i giovani europei militanti nelle fila degli insorti contro Bashar Assad siano almeno trecento. Nondimeno, non intendiamo perderci nei meandri di folcloriche polemiche sulla pericolosità dell’Islam (che è sì pericoloso ma per colpe che sono esclusivamente nostre) ma piuttosto porci una domanda: perché dei ragazzi scappano dalla beata agiatezza, da una prospettiva di vita dorata per andare a morire per una causa che non li riguarda neppure alla lontana?

«Beata agiatezza-Vita dorata», tenete ben presenti queste due locuzioni mentre cercheremo di pervenire a quella che, secondo noi, è la ragione per cui gruppi sempre più numerosi di giovani europei vanno a intrupparsi con i rivoltosi siriani o addirittura con al Qaeda.

 Intanto bisogna dire che gridare, come fanno in molti, al pericolo islamico per questa specifica contingenza è fuorviante perché in ogni epoca i giovani hanno parteggiato per chi lottava contro gli oppressori, per Davide contro Golia. In proposito due esempi che ci riguardano: il conte Santorre di Santarosa e Luigi Caroli, garibaldino, oltre che inveterato donnaiolo, caddero entrambi combattendo in terra straniera per una causa che non era la loro. Il primo cadde a Sfacteria, contro i turchi per l’indipendenza della Grecia e il secondo, invece, in un campo di prigionia in Siberia per aver combattuto per la libertà della Polonia. Anche i benpensanti di allora, probabilmente, si domandarono perché un nobile e un donnaiolo fortunato invece di godersi gli agi della loro condizione sociale fossero andati a morire per la libertà degli altri.

I perché furono più di uno, ma ne ricorderemo soltanto un paio. Gli anni di Santarosa e di Caroli furono quelli del romanticismo, della riscoperta delle radici storiche dei popoli, dei nazionalismi e, quindi, dell’infervoramento ideale, insomma dello sturm und drang! Era fatale, dunque, che in un Paese asservito allo straniero, com’era l’Italia preunitaria, dove vigevano feroci regimi di polizia e la calma piatta delle paludi putrescenti, molti giovani ricercassero la dimensione eroica della vita ispirata dalla letteratura romantica ovunque si combattesse per la libertà di un popolo oppresso.

Per ritornare in uno spazio temporale ancora più vicino a noi, ricordiamo che anche alla fine della II guerra mondiale in Italia e in Germania accadde, pressappoco, ciò che sta accadendo oggi. Infatti, molti dei giovani che erano stati allevati nel mito delle quadrate legioni di Roma o in quello del Reich millenario, non riuscirono ad adattarsi alla sconfitta militare e a un dopoguerra sì pacifico, sì di crescente benessere materiale ma sicuramente privo di quel senso eroico del quotidiano al quale erano stati per lungo tempo educati.

La società degli anni Trenta e Quaranta, peraltro, favoriva quella percezione tardoromantica dell’esistenza perché era prevalentemente rurale, sempliciotta, che avendo scarsissimi rapporti con l’estero era una sorta di grande villaggio, dove diveniva “eroico” anche soltanto fare un buon compito in classe o aiutare una vecchina a salire sul tram.

Quando, nel dopoguerra, la vita perse quella patina di “eroismo del quotidiano” molti giovani, si arruolarono nella Legione Straniera francese e tra essi vi fu perfino qualche noto personaggio del regime fascista, come Giuseppe Bottai. Comunque, furono talmente tanti gli italiani che in quel periodo entrarono nella Legione che oltre 1300 di essi cadrà nella guerra d’Indocina combattendo non più per le fortune della propria Patria ma per la grandeur coloniale della Francia.

Per ragioni che, sostanzialmente, sono le stesse di quelle del passato, sta accadendo in questi anni, in questi mesi, che dei giovani, anche italiani, abbandonino il proprio Paese per andare a conquistare la libertà per chi ne è privo come in Siria.

Purtroppo, quest’Europa dei diagrammi, della calcolatrice e dei mercati che si sono sostituiti alla politica, era troppo presa a leccarsi le ferite che essa stessa si è inferta per potersene accorgere. Eppure ciò che sta succedendo è molto grave, perfino più grave del debito pubblico di tutti i Paesi dell’Unione Europea messi insieme, perché significa che le giovani generazioni non credono più nella “missione eroica” del loro Paese che, poi, è l’unico mastice capace di tenere insieme i popoli nei momenti bui della loro storia. Ovviamente, quando parliamo di missione eroica di un popolo, non intendiamo ciò che intendevano i fascisti, i nazisti e i fanatici di ogni epoca ma semplicemente quell’eroismo del quotidiano che è sparito dalle nostre vite.

Ancora degli esempi? Oggi prendere un titolo di studio, anche elevato, non è più considerata “un’impresa” alla base della quale vi sia impegno e conoscenza, né desta – come un tempo – l’ammirazione della comunità di appartenenza anche perché oggi sono tutto bravi giacché la bocciatura di uno studente somaro (e ve ne sono!) è diventato una cosa da reazionario, disdicevole. Mica disdicevole per il somaro… per il professore!

Il risultato è stato di rendere i giovani uguali nella mediocrità: non era esattamente questo che gli ideatori della democrazia intendevano per uguaglianza! Il copione si ripete negli enti pubblici, nel sindacato, nei media, in politica, nelle università, nel mondo della ricerca e perfino nelle Forze Armate e di Polizia. Sono, infatti, anni che con monotona alternanza vi si susseguono gli stessi cognomi. Come dire che in Italia (ma temiamo anche nel resto d’Europa) abbiamo inventato l’egalitarismo dei mediocri ad appannaggio del “popolo bue” e quello delle posizioni di preminenza per gli eletti figli della nomenclatura, posizioni che ormai sono diventate ereditarie perché si tramandano di padre in figlio, di parente in parente.

Tutto questo mentre lo Stato ha dimostrato chiaramente di non essere più in grado di provvedere ai bisogni elementari dei propri cittadini e che, anzi, per sopravvivere come struttura, per alimentare se stesso, deve massacrarli di tasse. È chiaro che in una società così malmessa può nascere di tutto ma non certo lo stimolo per dedicarsi a quella “missione eroica” che dovrebbe essere la vita di ognuno di noi, specialmente se giovane e pieno di speranze.

Qualche colpa in proposito l’ha anchela Chiesaladdove si è messa a inseguire il secolo in un nome di un mal gestito modernismo che, lungi dal diventare il confronto del messaggio cristiano con un mondo in evoluzione, ha finito per disorientare il popolo di Dio e i suoi valori assoluti. Essa, infatti, è diventata una “Chiesa tuttologa” capace di confrontarsi su tutti i problemi del secolo eccetto che su quello più grave: la sua incapacità di riportare Dio nel travagliato mondo interiore degli uomini che, peraltro, ne sentono un intimo, insopprimibile bisogno proprio in questo momento storico così greve.

Non deve meravigliarci, perciò, se stanchi di una società ingiusta, corrotta e corruttrice, i giovani vanno a cercare rifugio in una religione senza Chiesa e senza preti, in una concezione della vita strutturata su cinque semplici comandamenti. Pur essendone intrisi da due millenni, purtroppo, è proprio la storia che noi ignoriamo perché se non fosse così, ci saremmo accorti che sta accadendo oggi ciò che accadde alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente: una religione semplice e di facile lettura occupò il posto del complicato Olimpo latino improntando di sé un mondo molto diverso da quello preesistente.

Il fatto che alcuni giovani europei siano disposti a morire in Siria in nome di una religione diversa dalla loro vuol dire che il tracollo della nostra civiltà è molto vicino al punto di non ritorno.

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