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Minima Dialectalia

COME GLI ANIMALI

BAJ - 13/09/2013

matt cumè n cavall…

Poiché possiamo renderci sgradevoli agli altri in modi quasi illimitati, in dialetto certi (tanti) comportamenti sono stati codificati e tramandati sotto forma di paragoni di pronto impiego e di sicuro effetto.

Il Baj ne ha raccolto alcuni particolarmente significativi.

Intanto va detto che nella cultura popolare, così come in quella “alta”, fiabe comprese, le similitudini vengono cercate con gli animali. Anche se a volte con ingiustizia palese, dato che si usa dire ignurant cumè n bò, come se il bue avesse dato segni evidenti d’ignoranza.

A meno d’interpretare l’“ignoranza” come una certa inconsapevolezza di sé e della propria forza, di cui darebbe prova il bue con la sua pacifica e un po’ ottusa acquiescenza alle nerbate del contadino spronante al lavoro.

Efficace invece, senza riserve, il paragone matt cumè n cavall, ovvero bizzarro e bizzoso com’è il cavallo quando lo è davvero; quindi imprevedibile e magari anche pericoloso. Anche se poi si può dar fuori di matto, in via temporanea o permanente, non solo per patologie psichiatriche, ma anche per genuina e magari motivata ira nei confronti del prossimo.

In ogni caso uno diventa rabiùus cumè n can, come un cane che sia rabbioso, ovviamente, e con rabbia aggredisca il prossimo. Si dice allora che al salta dré cumè n can o al salta sü cumè un àspas, cioè con l’aggressività fulminea, viscida e velenosa del sempre temuto aspide.

In condizioni di rabbia si ragiona poco, cioè si è in aria cumè ul strasc di piatt (che però può anche significare uno stato d’animo aereo e cioè di distrazione e straniamento e svolazzamento di pensieri, tanto da far pensare allo straccio per asciugare i piatti appeso all’aria ad asciugare, ma anche al cuore in giostra degli innamorati).

Ma, sempre in tema di stracci, si può essere fö di strasc, fuori di sé, fuori dai propri panni o stracci abituali… Dunque quest’espressione forse si adatta meglio a chi è fuori di sé solo momentaneamente, e allora può anche vusá cumè n strascée, ovvero gridare come lo straccivendolo, vero inventore della raccolta differenziata dei rifiuti, che un tempo passava nei paesi urlando la propria presenza in modo che i necessitanti accorressero al suo arrivo coi rifiuti di cui liberarsi. Quello che il Baj ricorda, al grido modulato di strascée-strascée aggiungeva l’oggetto delle sue richieste: pèll da cunìli e da gatt ! Conigli, la nonna del Baj ne allevava e a volte li cucinava splendidamente in salmì. Logico che le loro pelli fossero poi da consegnare allo strascée. Non era chiaro però perché accanto alle pelli di coniglio si cercassero anche quelle di gatto. I gatti nella famiglia del Baj godevano di un trattamento amichevole, campavano a lungo come patriarchi e matriarche, morivano di vecchiaia circondati da figli, nipoti, bisnipoti, trisnipoti, ecc. e avevano degna sepoltura. È pur vero che qualche volta ne spariva qualcuno e al Baj dispiaceva molto. Sua mamma lo consolava dicendo che chi mancava all’appello si era innamorato ed era andato dove lo portava il cuore: in qualche altra casa, in qualche altro cortile…

Non cessava però di lanciare lunghe occhiate cariche di sospetto verso certi vicini (non si sa se bergamaschi o vicentini) che non allevavano conigli, ma fin troppo spesso mangiavano polenta col salmì.

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