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Attualità

IL CORAGGIO DI MEBRAT

LUISA OPRANDI - 18/10/2013

Continua la storia di Mebrat, coraggiosa donna etiope che ha rincorso il sogno di una vita: costruire il proprio futuro in Italia. Nello scorso numero abbiamo raccontato la sua vicenda in terra d’Africa, ora seguiamo il suo percorso di integrazione nella nostra città.

Una vicenda di amori grandi e profondi dolori, tenuti fortemente assieme dalla volontà di essere decisa, tenace, battagliera come lo era stata la sua bellissima mamma. Un cammino denso di fatica, ma anche di incontri che hanno del miracoloso: così Mebrat definisce africani e italiani che le hanno consentito di non sentirsi mai sola pur nella immensa solitudine che la morte dei familiari e l’allontanamento da casa le avevano creato attorno.

Avevamo infatti raccontato di lei fino a che, orfana di entrambi i genitori, all’età di sedici anni, per volere altrui, era stata promessa sposa a un uomo più anziano. Mebrat però era fuggita, lottando, da quella inaccettabile soluzione e si era affidata al desiderio, mai sopito, di venire nella nostra terra e al destino, il progetto di Dio dice convinta, che è comunque più grande di ogni umana forzatura.

Un destino buono che ha nomi, volti, memoria: quello di un cugino solidale che prova inizialmente ad aiutarla, se pur senza poi riuscirvi, a produrre i documenti per recarsi in Germania a studiare; quello di un prete ortodosso che, grazie a un certificato di battesimo redatto secondo il calendario etiopico sfasato di otto anni rispetto a quello gregoriano, ne facilita l’espatrio; quello di una donna africana incontrata casualmente e che, senza conoscerla e per istintiva simpatia, chiede per lei aiuto concreto a un funzionario del Consolato italiano .

È così che Mebrat un giorno atterra a Fiumicino e da lì giunge a Milano. Sebbene ormai fuori dalla propria terra, le insidie continuano a sfidare la sua onesta caparbietà: una delle donne del padre e uno zio assetato di denaro si accordano infatti loscamente per sfruttare la presenza in Italia di Mebrat, che sanno essere attiva, lavoratrice instancabile dall’età della fanciullezza, intelligente e dinamica e quindi una sicura fonte di guadagno.

È a quel punto che entra una donna fantastica nella vita di Mebrat: suor Lucia, della casa San Giuseppe di Milano che ha sede in prossimità della stazione Centrale, la accoglie e pensa inizialmente di indirizzarla presso conoscenti a Venezia. Ma il progetto di vita di Mebrat è qui, a Varese: la religiosa infatti la indirizza alla famiglia Bortoluzzi, notissima nella nostra città. Giuseppe e Luciana diventano i nuovi genitori affettivi e i loro figli dei veri fratelli per la giovane etiope. “Sono stati il mio tunnel verso la luce”: una metafora che sintetizza una vita intera e parla di una felicità ritrovata.

“Mamma Luciana” o “Arturo, il mio fratello bianco” sono nomi del cuore che Mebrat intercala con naturalezza nel nostro conversare, desiderando espressamente che non si taccia la generosità e l’accoglienza di questa numerosa famiglia varesina, che l’ha incoraggiata, sostenuta, aiutata a trovare un lavoro.

Da allora sono passati vent’anni di quotidiano impegno in attività domestiche o, grazie anche al diploma ASA, di assistenza alle persone anziane o bisognose di cure: in questa vita varesina ha avuto accanto le sue mamme italiane Luciana Bortoluzzi, Franca Bonvini, Graziana Zamorani e le loro rispettive famiglie. E accanto un altro grande amico, don Ernesto Mandelli, sacerdote vicino agli immigrati.

Un’esperienza di accoglienza, quella in terra varesina, di cui Mebrat ha fatto tesoro: quanto ha ricevuto ha voluto ridonarlo, il bene sentito sulla pelle è diventato occasione di presenza attiva nel territorio.

Volontaria all’Istituto Molina, operatrice presso il patronato Acli-Colf, presenza assidua ai gruppi di ascolto parrocchiali, Mebrat vive appieno la propria dimensione collettiva nel nostro territorio.

“Tanta sofferenza mi ha fatto diventare saggia e la saggezza è prima di tutto scegliere di non restare chiusi, bensì guardare oltre le pareti della propria casa e desiderare incontrare gli altri, dando il meglio di sé” dice mentre racconta che ora una piccola casa ce l’ha: un appartamentino dove si reca nei giorni in cui non è impegnata con il lavoro. Ma la sua casa è anche questa nostra città e i suoi familiari le tante persone cui vuole bene e che l’hanno amata.

E allora prende a recitare: “Madre Terra, madre Terra … dimmi chi sono io / e io, umano, che dico? Dopo Dio comando io/ invece non è così: se riesco a domarti per un po’ di anni, con tanta fatica e affanni/ m’illudo che sei mia/… terra, cosa sei?, perché ti hanno diviso … Io vado prima di te, tu rimarrai dopo di me/…”

Una lunga bella, dolce poesia e sul finale una invocazione esistenziale “…Terra, cosa racconti a me?… Rispondimi prima che torni in te”.

Stiamo ancora conversando quando Lilli, che Mebrat accudisce con ferma amorevolezza, si unisce a noi e coi suoi occhioni azzurri mostra curiosità per il nostro dialogo. “Mi vuole bene la mia Mebrat e anche io gliene voglio perché ha cura di me” dice Lilli abbracciando la sua amica etiope.

Gesti di quotidiana familiarità si susseguono poi con naturalezza: l’anziana donna viene accompagnata a mettersi il rossetto, che non trascura mai nella attenzione alla propria sobria eleganza, quindi viene aiutata ad indossare il cappotto per avviarsi alla passeggiata pomeridiana.

Si prendono per mano le due donne: quella scura di Mebrat tiene saldamente la candida e affusolata mano di Lilli. Insieme mi accompagnano al cancello, mentre Lilli, a sua volta, recita poesie e racconta di viaggi in tutto il mondo. Un piccolo nucleo famigliare, il loro, come tanti se ne sono formati in questi decenni nelle nostre case: donne e uomini stranieri che affiancano la vita di anziani che possono in questo modo non abbandonare le loro case, nonostante l’avanzare dell’età e il diminuire in molti casi dell’autosufficienza.

Il sogno di un piccola bimba che in Africa immaginava il proprio domani oltre il mare si è avverato. Il suo destino aveva i colori delle robinie e del cielo di Lombardia. Mentre il destino della nostra città aveva in serbo per noi la dolcezza di una ragazza vivace e volitiva, che ha trasformato dolore e speranza in parole di poesia e in affetti solidi. Un destino che ci piace davvero pensare più grande e bello di ogni umana forzatura.

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Il primo articolo è stato pubblicato sabato 12 ottobre

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