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Cultura

CARNEVALE TRISTE

MANIGLIO BOTTI - 31/01/2014

Alberto Sordi ne “I vitelloni”

È una festa strana il Carnevale. La sua obbligatorietà di allegria, l’impegno a tutti i costi di divertimento le conferiscono uno stato di sottile angoscia da cui ci si vorrebbe presto liberare. Qualcuno un po’ esageratamente ma non tanto ha scritto che il Carnevale porta in sé segni e pallore di morte.

Più che una festa singola, quello del Carnevale è un periodo abbastanza lungo – cinque, sei settimane – che comincia subito dopo l’Epifania (in alcune regioni dopo la celebrazione di sant’Antonio abate, che cade com’è noto il 17 di gennaio, ma in altre addirittura subito dopo il Natale) e che in una sorta di limbo e di attesa conduce verso la Quaresima. Del resto, nella parola Carnevale sono molti gli studiosi a individuare il significato di carnem levare – togliere le carni dalla tavola – che, appunto, racchiude l’imminente Quaresima. Oggi, almeno per quanto riguarda la Quaresima, il sacrificio è forse venuto meno, ma l’angoscia carnevalesca è rimasta.

Grosso modo, dunque, il periodo clou di Carnevale si dipana nel mese di febbraio, coincidendo con i giorni del segno zodiacale dell’Acquario. Ma quest’anno 2014, di Pasqua alta (20 aprile), la festa finirà il 4 marzo secondo il calendario romano e il successivo sabato 8 secondo l’ambrosiano, che la prolunga di quattro giorni.

Da anni il Carnevale è considerato nella maggioranza dei casi un momento di allegria di e per i bambini, anche se permane in alcuni paesi – ma più per ragioni turistiche che altro – il rito delle feste e dei carri allegorici, una tradizione ripresa da anni anche nella nostra città.

La malinconia – per non dire l’inquietudine – del Carnevale non è una vana considerazione. Vi sono anche degli agganci… letterari. Il regista Federico Fellini, nel film “I Vitelloni”, individuò in una festa di Carnevale uno dei punti salienti a rappresentare le svolte decisive nella vita. E c’è molta tristezza in un livido mattino invernale, dopo che s’è trascorsa la notte nel frenetico divertimento, a vedere uno dei protagonisti del film – Alberto –, interpretato da Alberto Sordi, camminare barcollando, ebbro, travestito da donna, mentre trascina un mascherone di cartapesta, quasi incosciente di sé, della sua storia, sospeso tra sogno e realtà.

In una famosa canzone del 1968 Caterina Caselli cantava e confrontava la festa del Carnevale con la fine di un amore: “Il Carnevale / finisce male/ e questa maschera ormai non serve più / mi fai morire / di crepacuore / e le mie lacrime son coriandoli per te…”.

Una delle commedie più importanti di Carlo Goldoni, bella e triste perché rappresentò il congedo con il suo pubblico e con Venezia, si intitola “Una delle ultime sere di Carnovale”. Il 22 aprile del 1762 Goldoni partì per Parigi e non fece più ritorno nell’amata città.

La commedia ha molti tratti autobiografici. Un gruppo di tessitori – ma la finzione teatrale riproduce il mondo dei teatranti e definisce in uno dei protagonisti, Anzoleto, in procinto di partire per lavoro verso la Moscovia, lo stesso Goldoni – si riunisce nella casa di Zamaria per una cena e per una partita alle carte.

I protagonisti entrano nella casa, lasciando fuori il freddo dell’inverno, ognuno con i propri sogni, le proprie preoccupazioni, le proprie speranze. Luigi Squarzina, nel 1970, ne fece una delle sue più belle regìe, una rappresentazione memorabile con Lina Volonghi, Eros Pagni, Giancarlo Zanetti, Lucilla Morlacchi…

Il lavoro goldoniano – un’ultima sera, un ultimo incontro – porta dentro tutta la malinconia carnevalesca, che qui è la malinconia dell’addio. Struggente fu il momento in cui Anzoleto – Goldoni parlò rivolgendosi direttamente al pubblico: “…Mi scordarme de sto paese? de la mia adoratissima patria? de mii patroni? dei mii cari amici? No xe questa la prima volta, che vago; e sempre, dove son stà, ho portà el nome de Venezia scolpìo nel cuor… Confesso, e zuro su l’onor mio, che parto col cuor strazzà; che nissun aletamento, che nissuna fortuna, se ghe n’avesse, compenserà el despiaser de star lontan da chi me vol ben. Conservemene el vostro amor, cari amici, el ciel ve benedissa, e ve lo digo de cuor…”.

Molti spettatori si alzarono commossi: “Torna! Torna! Fa’ buon viaggio…”. Goldoni, che aveva da poco compiuto cinquantacinque anni, partì per Parigi dopo qualche settimana. Non avrebbe mai più rivisto la sua Venezia.

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