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Attualità

FRANCESCO, LA RIVOLUZIONE GENTILE

LIVIO GHIRINGHELLI - 04/04/2014

La sera del 13 marzo 2013, appena eletto nel Conclave, papa Francesco appare alla Loggia Vaticana annunciandosi con un saluto affettuoso e cordiale (Buona sera!) e chiede la benedizione da parte del popolo in quanto vescovo di Roma. Il protocollo è già diverso rispetto a quello della tradizione e il nome è un richiamo inusuale a un Santo paradigmatico per l’ispirazione ai principi evangelici di povertà e letizia. Il nuovo Papa è venuto dalla periferia del mondo e dalle varie periferie esistenziali e sociali. Dimostrerà da subito una grande capacità pastorale e vicinanza estrema alla gente, serenità e pace interiore.

Con Pio IX si era avuta la sacralizzazione della figura del Papa, Pio XII si è avvolto nell’aura mistica del Pastor Angelicus. Francesco è il Papa del Vangelo sine glossa e a Santa Marta vuole mantenere, lontano dal fasto, uno stretto contatto con la realtà. Amerà fare il parroco, frequentando i luoghi del degrado, dell’indigenza e della sofferenza. Dal culto della funzione vuol passare alla libertà creativa, feconda, capace di invenzione. Più che concepire la Chiesa dal punto di vista della struttura la vuole una comunità di soggetti aperta e sensibile al ruolo della coscienza, alla fatica della ricerca. Sa che la Chiesa cambia per l’incarnazione delle idee più che in virtù di elaborazione delle teorie.

Dal carisma personale vuole passare alla riforma ecclesiale sul fondamento di atti d’amore e non solo di culto. La Chiesa vive per lui in mezzo a un campo di battaglia, deve quindi assumersi il compito del Samaritano; più che giudicare, perdona e accoglie (non rinnegando mai i principi e i valori). Il Vangelo si impone per attrazione, non con il bastone, ma papa Francesco comunque ci marca stretto, esige apertura e impegno. Condanna il peccato, ma ama i peccatori, esorta alla vicinanza verso chi ha il cuore ferito. Per lui la periferia non è un concetto geografico, ma ermeneutico. Privilegia l’incontro con i fratelli, con la carne dell’altro e sa che Dio ha passione per gli uomini e per la storia.

Forte della sua capacità comunicativa, di relazione, di stile, in un clima di immediatezza e di assoluta familiarità, invita al dialogo e alla misericordia, all’apertura di cuore; crea ponti di comprensione con Israele, con l’Islam, vuole che i cristiani siano non l’unico centro del mondo, ma il sale del mondo. Disfacendoci degli idoli, dobbiamo costruire la nostra vita sull’essenziale, mettendoci in guardia dal consumismo; cresce il benessere, ma i poveri (che rientrano in una categoria teologale) ne restano esclusi, onde una colossale ingiustizia, verso la quale ci dobbiamo sentire tutti responsabili, sfuggendo alla globalizzazione dell’indifferenza e rifiutando la cultura dello scarto.

Francesco concepisce una Chiesa non più vaticanocentrica, desidera che si superi il modello costituito dalla tradizione europea nel senso di una Chiesa che operi in missione; per ciò sta intaccando le strutture della Curia. Si avvale nel governo in primis di una Commissione di otto Cardinali rappresentativa di tutti i continenti; si è impegnato nel riordino della struttura finanziaria e ha creato la Segreteria dell’economia, presieduta dal cardinale George Bell e costituita di quindici membri. Vuole che il Presidente della Cei venga eletto e non più nominato. Mette continuamente in guardia la gerarchia e i sacerdoti contro carrierismi e mondanità. Promuove la collegialità.

Di fronte al processo di secolarizzazione e alle realtà emergenti, al fenomeno vasto e diffuso della famiglia disprezzata e maltrattata, spesso irregolare, ha indetto appositi Sinodi. Rivolge attenzione alla situazione dei divorziati risposati. Continua la battaglia di papa Ratzinger contro la pedofilia. Ripropone con particolare interesse il ruolo dei laici e della donna.

Così severo è il messaggio contro le organizzazioni criminali e la corruzione, l’uso perverso del denaro. Si batte per la necessità di uno sviluppo inclusivo e integrale della persona umana. Non ama i preti asettici, da laboratorio. Fa del discernimento il centro della sua spiritualità, capisce dove andare soltanto durante il cammino, non impone soluzioni precostituite, perché ha una visione delle cose dinamica, non rigida.

Il suo Pontificato non è costituito su una progettualità ideologica. Ascolta tante persone, ma alla fine prende lui le decisioni. È un pastore con addosso l’odore delle pecore, sa che siamo Chiesa per gli altri, non per noi stessi o per l’istituzione, che la dottrina è per l’uomo, non l’uomo per la dottrina.

Memorabile l’invito: non abbiate paura della bontà e della tenerezza. Né lassismo, né rigorismo e il primato è quello della letizia, della fiducia, della speranza. Di qui l’empatia e l’entusiasmo grandioso che l’accolgono, specie tra i giovani.

 

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