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Opinioni

CATTOLICI E POLITICA

LIVIO GHIRINGHELLI - 11/04/2014

don Luigi Sturzo

La crisi della politica, che continuiamo ad avvertire in Italia, è di natura strutturale, etica e culturale. Soprattutto preoccupa l’espandersi del populismo, che si va rilevando come la peggiore infermità che possa affliggere la democrazia. Si cerca di privilegiare a dismisura il rapporto diretto con il popolo e con la piazza, evitando il passaggio attraverso le istituzioni e le regole che impone la mediazione politica. Da cui si propagano e si potenziano qualunquismo, pragmatismo spicciolo, intolleranza.

Quanto i nostri padri hanno elaborato e costituito in termini di bilanciamento dei poteri e di istituzioni di tutela della democrazia viene considerato non come segno di garanzia, bensì come ostacolo da smantellare. È una considerazione peraltro che non giustifica il conservatorismo a oltranza, di qualunque vesti si ammanti a copertura.

È una palude in cui anche i cattolici si trovano in uno stato di incertezza, col rischio di affondarvi e di diventare assolutamente insignificanti. Come reagire? A quale modo nuovo di far politica ricorrere dopo il tramonto del collateralismo significato dalla DC e la sua involuzione nelle miserie di Tangentopoli?

Tornano alla memoria, non per tentarne una ripetizione pedissequa e anacronistica, i principi e i valori espressi dall’appello ai liberi e forti di Sturzo (18 gennaio 1919). Si trattava di un popolarismo concreto in chiave laica, non concepito a tavolino, ma nella concretezza dell’azione sociale a difesa dei contadini e dei ceti medio bassi.

Quattro gli elementi fondamentali di quell’ispirazione: 1) un bisogno dell’assoluto, senza confessionalismo, a fondare diritti e doveri; 2) una laicità intesa a promuovere il primato della persona, solidarietà, sussidiarietà, bene comune, contro i miti di un liberismo senza regole; 3) il primo posto assegnato alla società sullo Stato e il valore della territorialità (classi, Comuni, Province, Regioni); 4) un riformismo coraggioso alieno dal moderatismo, come dagli egoismi settoriali.

L’intuizione prematura di Sturzo lo portò all’incomprensione anche nell’ambito della Chiesa (interessava soprattutto risolvere i problemi posti dalla questione romana); non trovò seguito rigorosamente nel contesto politico diverso determinato dalla fine del fascismo e ultimamente nell’eredità del partito di Martinazzoli (a partire dal 18 gennaio 1984).

Oggi ci troviamo di fronte a una pericolosa finanziarizzazione dell’economia, alla sofisticazione degli strumenti monetari, alla dinamica di una globalizzazione galoppante, con la necessità che pare utopistica di istituire una vera autorità politica mondiale di fronte all’assenza di regole nello sviluppo del capitalismo, all’impegno cogente di non sottometterci all’assolutismo della tecnica e di non cadere nella visione empiristica e scettica della vita, perché invece si imponga uno sviluppo umano integrale. Non ci si può piegare al giogo delle ideologie e occorre procedere a una nuova sintesi umanistica.

Benedetto XVI ha chiarito che la verità libera la carità dalle strettoie dell’emotivismo. Di Papa Francesco è l’invito a considerare la politica come vocazione, non come professione, a partire dalle micro sino alle macro-relazioni, fecondando una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia. Oggi è il tempo di seminare più che di raccogliere. Bisogna fare politica pensando in modo universale, mentre si agisce nel particolare e il glocalismo ci impone di andare alle periferie, geografiche ed esistenziali. La realtà è superiore all’idea. Più che sognare anacronisticamente un partito di ispirazione cristiana bisogna essere tutti missionari nella cultura dell’incontro, preoccupandoci del fatto che una società priva di equilibrio tra le generazioni non cresce armonicamente. L’età di per sé non si distingue per colpe e meriti.

Purtroppo l’orizzonte induce al pessimismo: le rendite crescono, ma non i redditi da lavoro; il 10% della popolazione possiede la metà della ricchezza complessiva con l’accentuazione dell’ingiustizia sociale; il numero degli occupati cala drammaticamente (è il lavoro che dà dignità alla persona). Al principio di gratuità e alla logica del dono proposti da Benedetto XVI come espressione della fraternità, papa Francesco con profonda sensibilità fa seguito con l’invito ad ascoltare il grido dei poveri, che occupano un posto privilegiato davanti a Dio e rientrano in una categoria teologale.

I piani assistenziali sono solo risposte provvisorie; bisogna aggredire le cause strutturali dell’inequità (Evangelii Gaudium 202). Così vanno difese le ragioni ed esigenze delle famiglie, tutelata la vita dal suo esordio alla fine, nonché l’ambiente.

La risposta comune si ispiri alla legge naturale, non nella logica apodittica della condanna, ma alla luce della misericordia. Ai politici offrire quelle soluzioni di cui la Chiesa non dispone per tutte le questioni particolari. Alto e severo il monito in chiave politica ai corrotti.

 

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