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Politica

FEDERALISMO E NO

CAMILLO MASSIMO FIORI - 20/06/2014

L’esperienza delle Regioni non ha trovato l’apprezzamento degli italiani che, di conseguenza, sono scettici sull’ulteriore allargamento delle autonomie locali. Gli enti regionali dovevano sostituire parte della burocrazia nazionale, invece l’hanno affiancata duplicandola; avrebbero dovuto funzionare con il personale delle Provincie e dei Comuni invece hanno assunto migliaia di dipendenti; hanno dovuto costruire decine di palazzi per svolgere le funzioni trasferite, ma la burocrazia statale non è diminuita. È anche a causa della costituzione delle Regioni che si è creato l’enorme debito pubblico che, negli anni Ottanta, è balzato dal 60 al 120 per cento del prodotto interno lordo.

Quando i nuovi centri di spesa, anziché sostituirsi ai vecchi, si aggiungono a quelli è inevitabile che la spesa pubblica complessiva aumenti. Inoltre alle Regioni italiane è stata data ampia autonomia di spesa ma non anche quella dell’entrata; gli enti regionali sono sempre stati sollevati dall’onere di trovare le coperture perché queste, insieme all’inevitabile impopolarità, è stata sempre lasciata a carico della fiscalità generale: lo Stato è stato gravato dall’accusa di voler metter le mani nelle tasche dei cittadini mentre le Regioni sono state gratificate per non averlo fatto (salvo che per le addizionali di imposte).

La classe dirigente regionale, a differenza di quella nazionale è stata formata sulla base dell’indifferenza verso il rapporto tra entrate ed uscite e, in ultima analisi, di indulgenza verso la spesa facile. Ci si chiede: questi maggiori costi sono stati almeno compensati da migliori servizi? La risposta è purtroppo negativa.

La sanità, salvo che nelle regioni del Nord, non è migliorata e dal Sud continuano a verificarsi i “viaggi delle speranza” verso i meglio attrezzati ospedali settentrionali o nei Paesi europei.

Ma anche nel Centro-Nord il decantato livello europeo della sanità si sta deteriorando, gli ospedali per acuti, i centri di eccellenza sono sottodimensionati rispetto ad una popolazione anziana che

avrebbe bisogno di strutture sul territorio per la riabilitazione e la lungodegenza.

Il settore trasporti è ancora peggio: i pendolari viaggiano nelle condizioni di cinquant’anno fa se non peggio; la linea ferroviaria Arcisate – Stabio dimostra come l’iniziativa pubblica sia del tutto carente rispetto al “federalismo” svizzero, questo si che funziona bene.

La formazione professionale, fattore determinante per la crescita del Paese, è stata completamente appaltata al “terzo settore”, con rimborsi a piè di lista; la formazione è prevalentemente teorica, non ci sono scuole e laboratori ela Regionenon ha mai sperimentato nulla di innovativo. In alcune Regioni i fondi stanziati sono stati fatto oggetto di una vasta corruzione.

Altri settori, di competenza regionale, sono stati semplicemente dimenticati. È il caso della tutela dell’ambiente, del paesaggio, dei monumenti; l’unica legge regionale che ha avuto qualche effetto (negativo) è quella che autorizza l’utilizzo dei solai ad uso abitativo. Si badi bene, non è solo questione di risorse scarse:la Pianura Padanaè stata oggetto di una vasta e capillare speculazione e di una cementificazione tra le più alte in Italia e in Europa. Intere provincie sono coinvolte da alluvioni, frane, smottamenti; i danni costano di più della prevenzione: dunque è la volontà politica che manca ma c’è anche insensibilità, incompetenza e corruzione.

Il progetto federalista della Lega non intacca il principio che la fiscalità generale debba provvedere a procurare le risorse anche per gli enti locali ma ciò non fa che irrigidire il livello della tassazione che, viceversa, avrebbe bisogno di una maggiore flessibilità. Vi sono molti politici, che credono seriamente e sono impegnati nella realizzazione del regionalismo come ideale di democrazia più vicino alla gente ma purtroppo lo stato delle cose è quello che è, gli italiani non hanno sufficiente senso della comunità, al bene comune preferiscono il proprio particolare, alla politica sostituiscono il familismo dei gruppi, dei clan, non di rado delle cosche. Il “berlusconismo” ha peggiorato la disaffezione degli italiani per la propria patria, ha interrotto quel processo educativo intrapreso dalle forse democratiche dopo la caduta del fascismo, ha puntato sull’individualismo e sul consumismo; i risultati nefasti si vedono.

Non ci si deve rassegnare all’ineluttabile ma non si può neppure proseguire su una strada che compromette l’equilibrio finanziario soprattutto quando il progetto federalista non è chiaro, è pasticciato, manca di adeguata e tutto sommato è soltanto una nobile ma astratta aspirazione.

 

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