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Stili di Vita

TRA RITI E MITI

VALERIO CRUGNOLA - 19/06/2015

Talk show, “liturgia” di oggi

Talk show, “liturgia” di oggi

Tutte le civiltà umane sono intessute di riti. Il rito è un insieme codificato di azioni che si distinguono per la loro regolarità, la ripetitività, la pervasività, la natura cerimoniale, la funzione simbolica, la stilizzazione formale, la necessità di uno spazio scenico e di una teatralizzazione, la liminarità tipica di una porta d’accesso, il ruolo pedagogico-iniziatico e infine la tendenza a istituzionalizzarsi in specifiche liturgie, spesso officiate da figure specializzate in luoghi preposti. Altra caratteristica comune è data dalle cinque grandi finalità dei riti: esorcizzare il caos; mantenere l’ordine e l’equilibrio cosmico; garantire stabilità alle strutture sociali; disciplinare la vita emotiva nei momenti cruciali della gioia, del piacere, dell’angoscia, della colpa, della paura e del dolore; rendere visibile l’appartenenza a una comunità, a un ceto sociale, a un sistema di credenze o a un gruppo comunque riconosciuto.

Il rito si associa indissolubilmente a un mito, a una narrazione che gli è sottintesa e che il rito appunto rielabora in chiave simbolica, quasi fosse una sua seconda trascrizione linguistica. «Il rito – scrive Camuri a proposito delle riflessioni di Lévi-Strauss sul pensiero selvaggio – esprime con evidenza la natura di un pensiero che non solo è inconcepibile alienato dalla prassi e disincarnato dalle immagini, ma che nel suo essere azione agisce secondo modalità che sono proprie di un pensiero autenticamente dialettico», specialmente nei suoi spostamenti di segno e nel suo perenne rinviare ad altro e ad un altrove.

In questa sua relazione con il mito, il rito assume una fondamentale dimensione estetica, che congiunge in sé la sfera emotiva e sensibile alla funzione educativa e partecipativa investendo in una medesima azione la corporeità – la bellezza del rito è anzitutto bellezza gestuale – e la psiche. Come Giambattista Vico ha intuito, il mito (chiamiamolo rozzamente il «contenuto») non precede e determina il rito (la «forma»), o viceversa: i due poli si danno insieme. Hegel, nell’Estetica, dialettizza questa relazione: dapprima la forma, pur povera, eccede il contenuto; una volta raggiunto un punto di equilibrio, il nucleo concettuale prende a svilupparsi autonomamente, e così il rito imbalsama la sua funzione evocativa mentre il mito decade a forma letteraria o si trasforma in arte fine a se stessa.

I riti accompagnano i grandi pilastri della convivenza come il ciclo delle stagioni, la nascita, la morte e i passaggi intermedi dell’esistenza, il cibo, i legami affettivi, la vita sessuale, il lavoro, il tempo libero, il tempo di festa, i rapporti con il sacro e la vita civile. A essere ritualizzati sono anzitutto i comportamenti collettivi. In altre parole, non c’è vita senza riti, e nemmeno civiltà, come intuì per primo sempre il Vico. Ma di riti è intessuta da sempre anche la quotidianità degli individui, non soltanto come parte di un insieme che li condivide e li genera, ma altresì come autonomi produttori. Tali sono, ad esempio, quelli che Freud chiama «cerimoniali nevrotici», procedure che eseguiamo in modo maniacale e ossessivo, ad esempio per esorcizzare le nostre paure e domare i nostri fantasmi interiori. Non necessariamente, come è ovvio, questi riti privati, ad personam, costituiscono una manifestazione patologica, e spesso finiscono per confondersi con abitudini inamovibili, fortemente regolative anche se non codificate.

Nel mondo cristiano e postcristiano, la demitizzazione ha accompagnato la secolarizzazione e la razionalizzazione sociale, e lentamente molti riti hanno perso di significato. Ma con questo si sono formati e seguitano a formarsi «nuovi riti e nuovi miti» (gioco volutamente con il titolo di un libro di Gillo Dorfles degli anni ’60 che mi valse la lode all’esame di estetica). L’accelerazione del tempo e la contrazione della durata proprie del moderno hanno semplicemente ridotto i tempi di vita, e dunque di scomparsa e di rigenerazione dei miti e dei riti a loro relativi. Semmai, i processi di ritualizzazione e di mitizzazione si sono lentamente desacralizzati, smarrendo così la loro discontinuità dalla sfera quotidiana, e insieme si sono frantumati in sottogruppi, in conseguenza di una diminuita coesione sociale, della comparsa di subculture e di più accentuate fratture generazionali, e soprattutto si sono al tempo stesso trivializzati e massificati, perdendo in bellezza e impoverendosi sul piano semantico, in relazione alla spettacolarizzazione e alla mediatizzazione dell’ordinarietà.

Pur mantenendo un senso, i riti hanno perso la loro aura anche là dove, storicamente, si sono associati alla teologizzazione di alcune sfere mondane, come la politica o l’esercizio della giustizia, e vigono (o vengono vissuti dall’esterno) come mera tradizione formale, con ancora i simboli distintivi suoi propri. Le cosiddette «religioni civili» hanno creato, spesso attorno alla memoria storica, nuove liturgie rituali e nuovi spazi a loro consacrati (ad esempio le lapidi e i monumenti), e talvolta nuovi cerimoniali (ad esempio le adunate dei regimi totalitari o le libere manifestazioni politiche, oggi sostituite dai talkshow televisivi, riti bellici di sapore gladiatorio e di facile consumo officiati da specifici «sacerdoti»). Qualcosa di analogo è accaduto con le pratiche sportive, nelle quali l’attore, in qualità di officiante surrogatorio, è nella fattispecie il pubblico.

Ultima a essere stata ritualizzata, quasi a sostituire anche simbolicamente le declinanti religioni civili, è l’economia, specie da che vige come nuova teologia nella forma della religione mondana del liberismo, con tutto il suo apparato di credenze. E qui cogliamo un aspetto dei riti che è emerso con i conflitti culturali e sociali del ‘900, ossia la contrapposizione ai riti ufficiali che nasce da logiche dissacratorie e di violazione dei confini e dei ruoli prestabiliti, ma che può affermare la propria contrapposizione soltanto dando vita a dei controriti. Mi limito a fornire un esempio banale, proprio a proposito dell’economia, richiamando i riti inscenati da Tsipras e Varoufakis, che si presentano in giacca e jeans senza cravatta nei vari consessi internazionali dove si discute, a vuoto, di come salvare (o, se preferite, annegare) il popolo greco.

Persiste, in conclusione, un bisogno di riti. Come ogni cosa oggi, questo bisogno e le sue manifestazioni sono alquanto fluidi, più destrutturanti che stabilizzanti, più provvisoriamente distintivi che comunitari, più variabili e permeabili che incentrati sulla ripetizione. Riti spesso fini a se stessi, o funzionali ad altri riti cui rinviano in cerca di senso: si pensi solo alla spettacolarizzazione di alcuni matrimoni, vuote liturgie dove il vero officiante è anzitutto il fotografo, dove il patto d’amore è lo strumento e non più il fine e dove il rito si materia soprattutto di abiti, acconciature e altri apparati scenici, come le auto d’epoca prese a nolo o gli sfondi di città da pseudoromanticismo turistico, come il Ponte dei Sospiri a Venezia, gettonatissimo dai ruspanti neoricchi cinesi o russi.

Talvolta la carenza di riti sostitutivi, come nei funerali civili, genera un senso di straniamento. Talaltra ci si affida alla tradizione proprio per mancanza di riti: è il caso di molti battesimi, celebrati appunto per sfuggire allo straniamento e al vuoto. Una tradizione non più sentita da molti genitori viene confermata solo perché essi sentono mancare ritualità alternative di accoglienza dei loro figli nel mondo della vita.

Si tratta, come si nota, di un bisogno spesso inevaso, o risolto feticisticamente. Il rito è morto, ma sopravvive e si rinnova come moda e come scena. Sta a noi, uomini e donne di questo tempo, ritrovarne il senso in rapporto alla nostra individualità, per non sprofondare in un vuoto – i più pessimisti direbbero un baratro – di «decivilizzazione».

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