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Stili di Vita

LE METAMORFOSI DELLA VERGOGNA

VALERIO CRUGNOLA - 18/09/2015

Una statua della “fontana della vergogna” a Palermo

Una statua della “fontana della vergogna” a Palermo

La vergogna – dal latino verecundia – è una reazione spontanea, spesso incontrollata, che nasce dallo svelarsi della dissonanzatra un nostro comportamento e il sentire che accomuna un qualche nostro gruppo di appartenenza. Per Sartre «la vergogna è vergogna di sé di fronte ad altri», reali o immaginati. Chi prova vergogna si sente esposto a uno stato di manchevolezza e inadeguatezza che non può dissimulare e che lede nel nucleo più intimo elementi irrinunciabili della sua identità, e con essi le relazioni fiduciarie – d’amore, d’amicizia, di prossimità o cooperazione – che intrattiene con gli altri. La vergogna ci fa sentire esposti al pericolo del biasimo, del disprezzo, del disonore. Ancor più importante è la vergogna di fronte a noi stessi. Siamo delusi da noi stessi perché non siamo stati all’altezza. È più oneroso scoprire di aver agito in modo difforme da come pensiamo di essere che non da comepensiamo che gli altri vorrebbero che fossimo. Scrive Mandeville: «L’opposto della vergogna è l’orgoglio; ma nessuno può essere toccato dalla prima, senza avere trovato il secondo: la straordinaria sollecitudine che abbiamo nei confronti di ciò che gli altri pensano di noi può derivare soltanto dalla grande stima che nutriamo per noi stessi». La vergogna ferisce la nostra autostima, il nostro amor proprio. Levinas sottolinea invece il rapporto tra vergogna e responsabilità: «La vergogna non dipende, come si è portati a credere, dalla limitatezza del nostro essere in quanto suscettibile di peccato, ma dallo stesso essere, dalla sua incapacità di rompere con se stesso. La vergogna si fonda sulla solidarietà del nostro essere, che ci obbliga a rivendicare la responsabilità di noi stessi». Anche se potessimo fuggire dalla scena della vergogna, non potremmo sfuggire a noi stessi.

L’imbarazzo proprio della vergogna ha tre manifestazioni: ci sentiamo nudi davanti a uno sguardo interiore che ci accusa e giudica; temiamo di perdere gli affetti, la stima, l’approvazione di persone per noi significative, di venire espulsi dal nostro mondo relazionale; vogliamo prevenire quell’imbarazzo per non provarlo mai più. È come se, violando i codici etici e i sistemi emotivi e valoriali condivisi, avessimo d’improvviso perso la nostra dignità profonda agli occhi di noi stessi e di altri. Il mondo sembra caderci addosso, perché la nostra immagine esteriore non trova più rispondenza in quella interiore. Fosse anche per un istante, la nostra identità va in frantumi. «Chi si vergogna sente che ha offeso non solo la morale condivisa, ma soprattutto la sensibilità dell’altro e degli altri. Pudore, discrezione, riserbo, modestia verso noi stessi e verso gli altri sono virtù che tengono saldi i legami sociali e danno forma e sostanza alle relazioni personali» [Turnaturi].

Non si dovrebbe né vergognarsi della vergogna, né spingere la richiesta di vergogna oltre le soglie della colpa imperdonabile, dell’indegnità perpetua, dell’umiliazione degradante. La perdita di dignità e di corrispondenza identitaria ci fa reagire in due modi complementari: il primo, potenzialmente patologico, ci spinge ad isolarci, a nasconderci nei rifugi sotterranei dove ci conduce la depressione; il secondo, potenzialmente liberatorio, ci invita a riannodare i legami sociali là dove li abbiamo lesi, riparando alla perdita di dignità con una tacita rettifica del nostro agire, che ce la restituisca grazie ad atti visibili e socialmente apprezzabili. A volte la risposta patologica precede quella salutare, ma lentamente vi fa posto. Come è stato scritto, «là dove egli arrossisce inizia il suo essere più nobile». La forza rivelatrice, epifanica della vergogna assolve una funzione pedagogica e catartica: è un’opportunità di riflessione, perché la mia attenzione si sposta dall’azione a me che l’ho compiuta; consente di «imparare la lezione», di «farne tesoro», «buon uso»; aiuta a superare il senso di colpa che le si associa; ci libera dal narcisismo per farci apprezzare i nostri limiti e le nostre debolezze e fragilità; può indurci a migliorare e depurare le nostre reali aspirazioni; fornisce un argine al male; restaura in noi il valore di alcune norme sociali. Perché ciò sia possibile, occorre il linguaggio: degli atti e dei sentimenti, e non solo quello della parola, indispensabile a rielaborare la vergogna collettiva, transpersonale. Così è stato in Germania con il nazismo e in Sudafrica con l’apartheid.

Nel medioevo i canoni della vergogna furono definiti dalle chiese cristiane. Con la modernità subentrarono le istituzioni statali e la scuola. Di qui l’uso pubblico della vergogna a fini conformistici: la messa al bando – come ne La lettera scarlatta di Hawthorne – rafforzava la coesione comunitaria e l’esercizio del potere. L’avvento dei mass media ha mutato le fonti dell’autorevolezza e i dispositivi della vergogna. Oggi viviamo in un habitat poco propizio alla vergogna. Essa occupa uno dei primi posti tra le emozioni e le passioni sociali che sono venute declinando negli ultimi decenni. L’interiorizzazione della figura dell’autorità ci sottoponeva al foro della coscienza. «La vergogna è tanto più diffusa e manifesta quanto più una società è stabile, i ruoli sociali sono facilmente riconoscibili e fissati, e il potere delle istituzioni sugli individui è legittimo e indiscusso». «Quanto più una società è coesa tanto più vi circola la vergogna, che funziona come un’emozione sentinella del legame sociale. Quando invece, come accade quasi ovunque nel mondo occidentale contemporaneo, poco ci si vergogna individualmente e istituzionalmente, ci troviamo di fronte a un segnale evidente di frammentazione dell’insieme sociale, di una scarsa legittimazione istituzionale e alla caduta non solo di norme condivise, ma anche di ideali e di aspirazioni comuni» [id].

Il venir meno della stabilità e della coesione ha indebolito le sensibilità che creano riprovazione ed esercitano un potere di interdetto. Le soglie della proibizione si sono fatte più fluide e mobili. Alla severità con se stessi, all’amore di sé subentra l’autoassolutorio «Così fan tutti», alla colpa l’innocenza. La condivisione di valori diviene complicità reciproca. Se ognuno risponde solo a se stesso, ogni individuo è arbitro esclusivo della sua propria vergogna. «Da emozione che si costruisce attraverso il giudizio dell’altro interiorizzato, diviene un’emozione che nasce solo dinanzi all’altro visto come spettatore e pubblico. Ci si vergogna del giudizio dell’altro come pubblico del proprio spettacolo. La vergogna non è più legata al giudizio morale su che tipo di persona si è, ma su come si appare. La vergogna si disancora così dal suo statuto e dal suo significato morale e relazionale per attestarsi come emozione riferita soltanto a una socialità debole ed esteriore» [id].

Si rafforzano invece i sentimenti di vergogna collettiva e quelli di vergogna individuale nei confronti di un legame comunitario. Negli unici identifichiamo per intero con la nostra appartenenza; negli altri l’identità individuale entra in conflitto con l’appartenenza e mette in discussione le nostre lealtà. In ambedue i casi l’autenticità di qualunque legame si manifesta più quando si prova vergogna che quando si prova amore. Lì è ancora possibile fare un buon uso dell’indignazione, un «ira giusta» perché nasce da un sentimento spontaneo di giustizia violata. L’indignazione è una passione civile di cui non abusare, ma che può ricreare valori e vincoli sociali. Così fu con il J’accuse di Zola.

Decenza e indecenza, vergogna e indifferenza convivono, ora l’una a fianco dell’altra, ora in conflitto reciproco. Come ogni emozione primaria, la vergogna non è scomparsa; si è occultata e trasformata. Emozioni e passioni non sono episodi che se ne vanno come sono venuti. Hanno una durata nel tempo e una correlativa estensione nello spazio. Di qui la loro duttilità, la loro capacità metamorfica. «Le emozioni non scompaiono mai, fanno parte sempre della vita degli esseri umani, tutt’al più si trasformano. Muta il modo di esprimerle, muta la loro rilevanza individuale e sociale, ma, pur nella loro metamorfosi, accompagnano sempre gesti, azioni, pensieri, scelte, giudizi di ciascuno di noi. Possono nascondersi, tacere per qualche tempo perché espulse da contesti che non le tollerano o perché metterebbero in crisi il buon funzionamento di una società, o perché infrangono i codici del sentire e del comportamento del gruppo sociale dominante. Ci sono momenti in cui alcune emozioni prevalgono su altre, ma mai nessuna scompare del tutto» [id].

In un ordinamento fondato sul feticismo del successo, del potere personale e del consumo di merci, l’altro scompare: non è più uno sguardo imparziale sul nostro comportamento, ma un puro indice di gradimento. La vergogna è sinonimo di inadeguatezza prestazionale, insuccesso, sconfitta.La vergogna non è più la spia di un comportamento scorretto sul piano etico, ma di un malfunzionamento di quel sistema di procedure cui abbiamo asservito il nostro vivere. Chi non può celare a sé e agli altri un qualunque insuccesso, non può più ostentare l’adempiuto dovere di essere considerato felice. La risposta a questa inadeguatezza – non importa se vera o presunta – è quasi sempre patologica: o la depressione (l’inadeguatezza è colpa mia), o il risentimento (l’inadeguatezza è colpa di qualcosa di esterno a me), o il rialzo della posta (voglio riscattarmi vincendo una sfida più alta). Così mascherata, la vergogna non può più adempiere il suo compito salutare, diviene un anomalo deficit di autostima, insomma una patologia da curare. «La vergogna può condurre solo al risentimento, alla collera, quando si confonde e si mescola all’invidia»; allora diviene un’«empatia negativa», che ci fa sentire sminuiti, non pari agli altri per capacità di acquisire e ostentare uno status socialmente apprezzato.

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