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Attualità

PARIGI/5 CONCORSO DI COLPA

SERGIO REDAELLI - 20/11/2015

La grande piazza di Bruxelles

La grande piazza di Bruxelles

Fra le tante possibili interpretazioni, i fatti di Parigi mettono sotto accusa anche il modello occidentale di società. Nulla può giustificare l’assassinio e farlo in nome di Dio, ammonisce papa Bergoglio, è una bestemmia; ma non si può fare a meno di chiedersi perché tutto questo accada. I killer, cresciuti in Paesi simbolo di libertà ma forse non modello d’integrazione, provengono da quelle banlieue segnate dall’esclusione sociale di tanta gioventù immigrata dove il terrorismo pesca con facilità; sono giovani nati in Francia o in Belgio, seconda o terza generazione di immigrati nordafricani e mediorientali. Respingono o si sentono respinti dal sistema e odiano chi li ha accolti. Accolti, appunto, non integrati.

Sono ragazzi cresciuti nelle disperate periferie fra disoccupazione, miseria e crimine, ai margini di città in cui le differenze di censo e di ruolo sociale sono ogni giorno più drammatiche: da una parte i quartieri dei ricchi dall’altra i ghetti dei poveri, quelli che possono andare al ristorante e quelli che devono solo stare a guardare, quelli che studiano, che viaggiano, che hanno un lavoro e quelli che non lo avranno mai; quelli, soprattutto, che non trovano un’ancora di salvezza in un modello sociale che predica bene e spesso razzola male, denaro, potere, ingiustizia a difesa dei propri privilegi, egoismo, ricerca del successo prevalente sull’importanza di essere buoni cittadini.

In Italia ne sappiamo qualcosa. Da noi la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta trovano nelle sacche di miseria morale la propria manodopera (e ne trovano tanta). Altrove è il terrorismo a fornire un alibi e una terribile opportunità. Forse dovremmo domandarci perché la nostra società non è stata capace di dare un obiettivo di vita e non di morte ai giovani che si fanno esplodere, perché non abbia offerto loro un posto in cui crescere e un ruolo da svolgere lasciandoli alla mercé del crimine internazionale che si ammanta di falsi valori religiosi e morali, esponendoli al rischio di vivere il razzismo come un’ultima beffa.

Se fossero figli nostri a compiere l’abominevole scelta di sparare a raffica su cittadini inermi ci domanderemmo dove abbiamo sbagliato, ci chiederemmo perché sfoghino l’odio contro altri giovani che assistono a un concerto. Penseremmo che non siamo stati capaci di dar loro una valida alternativa di vita. Perché questi figli della Francia campione di cultura e libertà, dell’operoso Belgio, della capitale d’Europa Bruxelles e potenzialmente di altri Paesi nel cuore del ricco occidente hanno scelto di imbracciare i kalashnikov? La risposta sembra essere una sola: lo fanno per dare uno sciagurato senso alla loro esistenza, per manifestare l’estrema ribellione nei confronti della società; e un po’ di colpa l’abbiamo anche noi.

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