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Noterelle

ZIO CARLO E LA NONNA

EMILIO CORBETTA - 02/06/2016

manifestiAntiche esperienze elettorali.

I conti non tornavano. Zio Carlo, repubblicano storico, si era presentato candidato alle elezioni comunali. Era appena terminata la guerra: caduto il regime fascista, dopo anni era una delle prime esperienze elettorali, e votavano finalmente anche le donne. Si iniziavano a vivere le fatiche della democrazia, dopo le pene della dittatura.

I risultati politici dello zio Carlo erano costantemente minimi, nonostante il grande entusiasmo e l’impegno profuso. Era facile controllare il suo bacino di voti, come quelli di tutti i componenti dei repubblicani: persone stimatissime, culturalmente elevate, profondamente laiche, brillanti per la loro onestà e romanticamente legate al loro partito mazziniano, piccolo piccolo. La sua fede politica era nata e cresciuta nella clandestinità, rischiando ad ogni piè sospinto di finire per un nulla al confino, quando andava bene.

Passato l’evento elettorale si esaminavano i risultati del voto in famiglia. Il loro collegio elettorale era nella zona di Belforte, squisitamente rossa. Pochi i voti azzurri (Dc), pochissimi i verdi (repubblicani), tantissimi i rossi e quindi si poteva fare un esame molto preciso e dal conteggio dei voti dello zio ne mancava uno. Grande scandalo! Qualcuno in famiglia aveva tradito la fede di zio Carlo. Qualcuno dei fratelli? O dei nipoti? No! L’unica che poteva aver “tradito” era la nonna, che non si fidava del figlio ed aveva votato Dc, da convinta frequentatrice della chiesa del Lazzaretto. Ma l’autorevolezza della nonna impediva ogni confronto e bisognava accettare senza recriminazioni, ma comunque con tante risate ed ironia. Quella nonna lì non scuoteva solo il capo quando lo zio parlava dei suoi ideali, non si fidava … Ma il problema sarebbe potuto sorgere anche se lo zio Carlo avesse preso un voto in più del previsto. Chi ha preferito lo zio Carlo? lo zio Carlo ha un’amante? Potrebbe anche essere!

C’era molta gioia per la grande nuova esperienza: poter liberamente esprimere i propri pensieri, i propri sentimenti senza subire sanzioni, senza cadere nel pericolo di essere perseguitati, di finire in carcere o, nel migliore dei casi, di dover ingoiare olio di ricino. Non era facile entrare nelle nuove abitudini perché certi timori, certe precauzioni, dopo generazioni di forzato silenzio, erano profondamente penetrate nei modi di vivere. Confrontarsi, accettando democraticamente il pensiero altrui, non era facile. Si manifestavano le proprie idee quasi più da tifosi che da studiosi della realtà sociale del paese.

Ai nostri giorni non si va poi molto meglio; parecchi faticano ad ascoltare, meditare, confrontarsi con il pensiero altrui rapportandolo con le proprie idee, per arrivare magari ad ammettere che, per certi aspetti, le idee degli altri non sono poi tanto sbagliate, anzi … Ma finalmente uno poteva dire “sono azzurro … sono verde … sono rosso … sono color garofano”.

Le campagne elettorali erano molto colorite, ricche di provocazioni e di polemiche, sfiorando la violenza. I don Camillo e i Peppone erano diffusissimi. Non c’erano le bombolette spray e sugli asfalti con pennellessa e calcina frasi ironiche, spiritose, cattive o stupide fiorivano. Sui muri andavano invece i manifesti, uno sopra l’altro. Alla fine di ogni confronto elettorale gli intonaci delle case erano rinforzati da solidi cartoni, anche le colonne dei portici dell’allora corso Roma e corso Matteotti erano ricoperte da tubi cartacei. Non si strappava il precedente, si andava sopra. Era uno spreco, assolutamente irrazionale ed antiestetico. Bisognava porre rimedio e furono creati gli spazi elettorali come ai nostri giorni, grande indice di spirito democratico quando vengono rispettate le regole.

Ma chi è portato a non rispettare certi regolamenti? Come precedentemente detto, i “tifosi” della politica, quelli che affrontano la politica con la pancia e non con il cervello, quelli che invocano e impongono i principi non negoziabili, come si usa dire oggi. E questo è un grave lato negativo della democrazia che comunque, anche se fatica a ben funzionare, è sempre meglio della tirannide troppo spesso sanguinosa e foriera di lutti.

Le elezioni sono un grande segno culturale della popolazione, che può scegliere di essere ributtata nel Medio Evo, come in qualche importante nazione del Medio Oriente, o nella vetusta ideologia del Far West d’oltre oceano, o arroccarsi nei piccoli confini nazionali, o coraggiosamente affrontare con intelligenza il cammino faticoso verso i tempi moderni.

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