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Cultura

IRONIA DEL POETA

MANIGLIO BOTTI - 04/11/2016

gozzanoSe si chiedesse di definire, in due parole, l’arte del più importante poeta del crepuscolarismo, Guido Gozzano, di cui l’estate scorsa s’è ricordato il centenario della scomparsa, si risponderebbe: malinconia e ironia, che poi sono anche in rima tra loro, ed è pensabile che la cosa non sarebbe dispiaciuta a Guido Gozzano.

Malinconia perché essa riecheggia nella stragrande maggioranza delle più importanti e più note liriche gozzaniane, in un aspetto un po’ diverso – per esempio – da quella presente nelle poesie di Sergio Corazzini, altro crepuscolare, che a un certo punto fa più pensare a un’angoscia esistenziale e patologica da depressione che al delicato e decadente stato d’animo di Gozzano. “Io voglio morire, solamente, perché sono stanco; / solamente perché i grandi angioli / su le vetrate delle cattedrali / mi fanno tremare d’amore e d’angoscia; / solamente perché, io sono, oramai, / rassegnato come uno specchio, / come un povero specchio melanconico. / Vedi che io non sono un poeta: / sono un fanciullo triste che ha voglia di morire”. (Dal Diario di un povero poeta sentimentale, di Sergio Corazzini).

A ben vedere il destino riservato ai due poeti fu abbastanza simile. Entrambi erano malati di tisi, una malattia che in quegli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento non lasciava scampo, e Corazzini, nato tre anni dopo Gozzano, morì nove anni prima all’età di ventuno anni.

Diciamo che la malinconia di Gozzano è più soffusa. Non prendiamo, come esempio, la “bellezza riposata dei solai”, dove Gozzano vorrebbe rimanere chiuso per l’eternità insieme con la signorina Felicita, ma un paio di strofe di un’altra sua poesia conosciuta, dedicata alla sua città: Torino: “Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca / tuttavia d’un tal garbo parigino, / in te ritrovo me stesso bambino, / ritrovo la mia grazia fanciullesca / e mi sei cara come la fantesca / che m’ha veduto nascere, o Torino! / Tu m’hai veduto nascere, indulgesti / ai sogni del fanciullo trasognato: / tutto me stesso, tutto il mio passato, / i miei ricordi più teneri e mesti / dormono in te, sepolti come vesti / sepolte in un armadio canforato”.

Di sicuro, ci pare di poter dire è una poesia pervasa da malinconia, ma anche dall’ironia che mai abbandona Gozzano, anche nelle descrizioni e nelle rievocazioni più nostalgiche. Ci piace pensare, in ciò, a un’ironia che è appartenuta ad altri personaggi torinesi e piemontesi, al poeta e paroliere Leo Chiosso, per esempio, e al suo coequipier Fred Buscaglione, capostipite – negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale – dell’ironia nella canzonetta. Anche il destino di Fred non fu felice. Ma la sua lezione, il suo messaggio sono rimasti per sempre.

L’ironia di Gozzano ci pare pochissimo presente in altri poeti della grande tradizione italiana. Pensiamo a Carducci o a Pascoli, immediatamente precedenti al poeta torinese, nei quali si può forse captare qui è là la accenni di malinconia, ma non certo l’ironia. E nemmeno si trova nel coevo Gabriele D’Annunzio, almeno in dosi così massicce come nell’opera del poeta torinese ed eventualmente di un timbro totalmente diverso. Sicché Gozzano rappresenta un unicum di nostalgia soffusa che non ci sembra trovi corrispondenze nella tradizione. E non parliamo del Leopardi, poeta filosofo, così lontano e diverso che forse e a un certo punto della sua vita sarebbe stato più facile assimilare a Corazzini che a Gozzano.

Ma non è nemmeno vero, è nostra opinione, che tale malinconia del vivere sia attribuibile a uno stato d’animo dovuto alla malattia che l’avrebbe presto strappato alla vita, di cui Guido Gozzano era ben cosciente. Prendiamo gli esempi di due poeti che, almeno agli inizi della loro lavoro, sono stati ricompresi tra i crepuscolari. Marino Moretti, per esempio, morto alla veneranda età di 94 anni, o Aldo Palazzeschi, arrivato gloriosamente agli 89. La malinconia c’è anche in qualche loro lirica. Citiamo, per tutte, l’inizio di una delle poesie più famose di Marino Moretti: A Cesena. “Piove. È mercoledì. Sono a Cesena, / ospite della mia sorella sposa, / sposa da sei, da sette mesi appena. Batte la pioggia il grigio borgo, lava / la faccia della casa senza posa, / schiuma a piè delle gronde come bava. / Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse / triste è per te la pioggia cittadina…”. L’ironia si fa un po’ più di fatica a ritrovarla. Ma, a ben vedere, né Moretti né Palazzeschi furono poi considerati dei crepuscolari canonici.

Un’ironia velata anche dalla bugia, perché in fatto di rapporti con il mondo femminile, probabilmente anche a causa della malattia che l’aveva colpito (emblematico il suo rapporto – platonico? – con la poetessa Amalia Guglielminetti), Gozzano non poteva dare grandi insegnamenti. Eppure ci provava, come questi versi famosi dell’Elogio degli amori ancillari: “Gaie figure di decamerone / le cameriste dan, senza tormento, / più sana voluttà che le padrone. / Non la scaltrezza del martirio lento, / non da morbosità polsi riarsi, / e non il tedioso sentimento / che fa le notti lunghe e i sonni scarsi, / non dopo voluttà l’anima triste: / ma un più sereno e maschio sollazzarsi. / Lodo l’amore delle cameriste!”.

Non siamo al livello della grande poesia della tradizione italiana, e anche per questo l’arte di Guido fu detta “crepuscolare”. Ma un po’ di sacrosanta ironia, sia fantasiosa o no, aiuta a vivere. Qualunque infine sia il nostro destino di uomini.

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