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Cultura

LA SCRITTURA DI TESTORI

RENATA BALLERIO - 17/03/2017

testoriIl 16 marzo 1993 moriva a settant’anni  Giovanni Testori, cattolico inquieto e testimone di verità, capace  di metterci di fronte alla violenza più turpe e quasi blasfema (crani fracassati, corpi straziati di prostitute come in Diademata, il drogato, la bestemmia di pensarTi inesistente in una idiota realtà).   Ma  è –  nel contempo – capace di farci  credere alla forza rinnovatrice  di  parole carnalmente  urlate.

La sua scrittura, una scrittura non del silenzio ma delle grida teatrali,  misto di dialetto  e di deformazioni linguistiche, non è  mai facile e per nulla  accogliente. E proprio questa scrittura, così turgida, così provocatoria,  dovrebbe ancora  inquietare   le nostre coscienze  e tormentare   i cuori che Leopardi avrebbe definito   rinsecchiti.

In una intervista Testori ebbe a dire che  le sue pagine non erano più occasione di scandalo. Invece  dovremmo – ora più che mai –   recuperare la forza dello scandalo:  certamente non  quello  moralistico  ma  quello devastante le  nostre certezze o scontate convinzioni. Testori ci pone di fronte alla scelta se capirlo o comprenderlo.  È una scelta esistenziale e non solo letteraria, come quella che scaturisce  da  questi  versi  che si chiudono con una rima quasi banale: “Quando Tua madre / Ti stendeva sul grigio giaciglio / baciava suo figlio / o un mostro atroce e divino, / una carne di pane e di vino?”.

La carnalità diventa  per Testori  lo strumento per farci capire che il nostro corpo è pensante e – come tale – generatore di domande. A questo punto sarebbe inevitabile indagare sulla ben nota  potenza simbolica del vino nelle varie religioni ma lo stesso Testori ci accompagna  su una strada  più tortuosa e meno facile.

Pensiamo – a titolo esemplificativo –  alla conclusione dell’Ambleto, opera del 1973 dello scrittore di Novate Milanese.  Arlungo,  fratello del defunto re danese,    prepara del vino  per uccidere Amleto. Ma quest’ultimo, dopo avere costretto lo zio a bere dalla coppa il vino,  beve egli stesso dalla coppa avvelenata, uccidendosi.  Prima di morire, però,  Ambleto compie due gesti di affetto e di  amore: il dono di tutti gli averi della corona al popolo e la promessa di rivedersi col suo amato  amico nell’aldilà.

Testori è capace proprio di questo: trascinarci, sporcandoci, dentro  vischiose sabbie mobili  per darci la possibilità di respiri  emozionali   verso un altro modo di pensare.

Proviamo a leggere la quasi illeggibile confessione vomitata,  con disperati echi linguistici, sulle nostre coscienze  dal drogato  di In exitu. È un cumulo delirante (e qui delirio è nel suo più profondo senso etimologico, cioè di essere fuori dal tracciato): “… a specciare, fermi,sudanti’me rane o ranette in del caldo, gementi ‘ me feti o fetini in del frecc, con in delle mani i aranz(i’ranci), i biscot (i cot) el ciculat (el lat) el Porto…”.  Chi mai  si aspetterebbe  quel guizzo  elegante di un vino raffinato, come il Porto, dopo un affannoso, ossessivo e indecifrabile elenco  visionario?  Ma  come una pepita d’oro esiste anche questo termine nel vortice linguistico di Testori.

La scrittura di Testori  non insegna ma testimonia che anche – e forse soltanto ebbri di parole  (aggettivo frequente  nella  via crucis laica di Diademata) – possiamo avere il coraggio di accogliere la violenza  più disperata, fermandoci a guardare il lenzuolo bianco in cui è avvolto il drogato di In exitu  o di camminare insieme  alla prostituta, lungo il sentiero vicino alla Milano-Varese.

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