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Spettacoli

SOGNI E REALTÀ

BARBARA MAJORINO - 03/11/2017

francisCorsi e ricorsi. Si torna a leggere (o a rileggere) Fitzgerald, perché? Forse perché ora come allora, la macchina della storia si è inceppata e i sogni che tanto avevano animato il nostro Paese e la nostra Europa, “sono già alle spalle” (cito un’espressione dello scrittore).

A tale proposito, è appena edito per Rizzoli un libro tratto da racconti inediti “Per te morirei”. Più che racconti perduti, sono i racconti rifiutati, e poi dimenticati. I racconti brevi, spiega la sua curatrice Ann Margaret Daniel, erano il pane quotidiano del cantore dell’Età del jazz: gli editori e i direttori delle riviste arrivavano a pagare fino 4mila dollari a pezzo, una cifra folle per il mercato di allora. I racconti di questa nuova raccolta invece, a parte un paio di eccezioni, non videro mai la luce: furono donati all’Università di Princeton da sua figlia Scottie negli anni ‘50 e lì rimasero, sepolti in archivio. Ma a cosa si deve questa ritrovata “Fitzgeraldmania” con scritti riesumati?

Francis Scott Fitzgerald che per comodità abbrevierò con FSF, fu il cantore dell’età del jazz. Letteratura del presente, la sua. Un presente che è già consapevolezza del suo farsi storico. FSF fu attento testimone e protagonista dei Folli anni ’20 (Roaring Twenties, come li chiamavano), dei suoi costumi rilassati, dell’alcol che scorreva a fiumi, delle corse in automobili lussuose in funzione di comode alcove a quattro ruote, del Dixieland, delle feste in giardino di splendide ville sull’Oceano, delle grandi orchestre, delle maschiette (le flappers) dalle gonne corte e con le gambe bene in vista che si agitavano in scatenatissimi charleston e shimmy, dei loro copricapi eccentrici fatti di cuffiette con frange e lustrini, di lunghe collane di perle, di abiti sfrangiati, di sigarette allungate da eleganti bocchini, di sigari per uomini e di cappelli a falda larga, di eleganti palandrane maschili.

Tuttavia sarebbe errato vederlo come un superficiale esponente di quella Gioventù dorata di cui celebrò tanto i fasti. Scott seppe vedere prima d’ogni altro il denaro come veleno senza possibilità di antidoti, come strumento di pressione e di manipolazione esercitata soprattutto su quelli che non lo posseggono, spesso causandone la rovina psichica e la disintegrazione morale.

Tant’è vero che leggere I racconti dell’Età del Jazz e i suoi romanzi, sono storie di declino inesorabile dei personaggi che da situazioni di rispettabilità sociale e integrità vengono via via condotti alla disintegrazione e al disastro. In questo senso FSF si rivela attento cantore del “sogno infranto”; il tutto con una prosa poetica che rende la sua narrazione difficilmente traducibile sul piano cinematografico, nonostante il cinema abbia attinto a piene mani dalla sua narrativa.

Di origine irlandese e instancabile pendolare di lusso fra l’Antico e il Nuovo Continente (lui e la moglie Zelda furono assidui frequentatori della Costa Azzurra) seppe vedere con profetica preveggenza il grande Male che affliggeva l’America: il materialismo e l’avidità. FSF fu uno scrittore la cui vita oltretutto, venne stritolata e travolta dai debiti e dall’inesorabile legge della domanda-offerta. “Di qua dal paradiso”, “Belli e dannati”, “Tenera è la notte”… Titoli di romanzi che sono già entrati nella leggenda.

Poi il capolavoro: “Il Grande Gatsby”, vita, sogni, successi, splendore, ascesa e caduta di un’indimenticabile “tycoon”. Così indimenticabile che Hollywood (per la cui industria cinematografica FSF lavorò come sceneggiatore) ne fece parecchie versioni: una muta, una parlata in bianco e nero con Alan Ladd; nel 1973 quella prodotta da Coppola per la regia di Jack Clayton con Robert Redford (Gatsby) e Mia Farrow (Daisy Buchanan), film calligrafico con splendidi costumi, ma un po’ rallentato nei ritmi.

Da ultimo, la versione spettacolare e a mio avviso ridondante e baracconesca di Baz Luhrmann con un Leonardo Di Caprio troppo rigido e ingessato e Carey Mulligan nel ruolo della nuova Daisy, vestita interamente da Miuccia Prada, con veri gioielli (perle, diamanti) d’epoca, poiché – a detta dell’attrice – indossarli condiziona non poco anche la recitazione e aiuta a entrare meglio nel racconto e nel personaggio frivolo. Insomma il Jay Gatsby di FSF intriga e seduce ancora forse perché è la personificazione dell’America stessa, sempre sospesa tra titanico romanticismo (l’American Dream) e materialismo (il Denaro che spalanca tutte le porte), tra veloci ascese e brutali cadute. Tra i fasti e il grande crack della crisi del ’29.

Va detto che nessuno di queste tre versioni filmiche riesce a eguagliare la bellezza del romanzo, forse perché il cinema tratta gli aspetti più visivamente glamour, mentre FSF non è solo uno scrittore “smart”. O forse, più semplicemente perché il grande schermo non riesce a tradurre visivamente quel Sogno, quell’allucinazione che è ad un tempo inafferrabile ma che è già “alle spalle”. Anche la storia d’amore tra Daisy, ragazza “dorata” e Gatsby, è per lui un mezzo per accelerare questo sogno.

E sempre a proposito dei grandi magnati fitzgeraldiani (i tycoon), occorre citare la figura di Monroe Stahr nell’ultimo romanzo incompiuto “Gli ultimi fuochi”, ispirato al produttore Irving Talberg capo della MGM, per il quale FSF lavorò. Elia Kazan ne fece un’elegante versione cinematografica dalle atmosfere sospese, ovattate e sottilmente elusive con Robert De Niro nel ruolo di Monroe Stahr (alter ego di Talberg). Il film fu sceneggiato dallo scrittore Harold Pinter. Romanzo incompiuto, ma film riuscito, anche se poi non ha incassato molto ai botteghini. Erano tempi di feste, garden party con grandi orchestre jazz, “giardini azzurri dove uomini e donne andavano e venivano come falene tra bisbigli, champagne e stelle”. Così osservava Nick Carraway, il vicino di casa di Gatsby, un terz’occhio narrante conradiano alla Marlow. Figura di apparente basso profilo, in realtà, totalmente utile alla trama del romanzo, tenuto conto che la vita scintillante di Gatsby è raccontata da lui.

Eppure Gatsby, alla fine realizza il Sogno americano, quello di poter arricchire in fretta, troppo in fretta, lasciando morti sul campo con la sua automobile color crema con lucide cromature (anche se quella sera del mortale incidente era Daisy che guidava), auto simbolo del suo status raggiunto. Ma dopo la rapida ascesa, arriva fatale, la caduta. Uno sparo, un ultimo tuffo nella sua piscina che è già un tonfo mortale.

L’ultima meditazione sulla sua folgorante meteora è affidata a Nick, il vicino di casa: “E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… E una bella mattina… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.”

Ed è una chiosa talmente suggestiva che tutte le versioni filmiche terminano con queste sue righe scritte che occupano l’intero schermo, appena supportate dalla luce verde del faro che lampeggia nella notte sulla baia con lo scorcio paesaggistico che si allarga a tutto campo fino alla casa di Daisy. Lontano… dall’altra parte della baia, prima che appaia il fatidico “The End”.

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