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Politica

ESODI

MANIGLIO BOTTI - 15/06/2018

aquariusSul tema delle migrazioni grazie a inevitabili sparate il neo-ministro dell’interno Matteo Salvini ha giocato, e vinto, buona parte della sua campagna elettorale, e di guerra, vellicando e soddisfacendo probabilmente le pulsioni meno solidali e più generiche dei cittadini.

Il continuare a gonfiare i muscoli su quest’argomento suscita perplessità. Anche da parte degli alleati del Movimento Cinque Stelle con la cui ala di sinistra (il presidente della Camera Roberto Fico) vi sono note divergenze. Alcune delle prime uscite del neo-ministro leghista, infatti, hanno riguardato ancora in modo del tutto vago e propagandistico il problema, che è dei più complessi e sul quale probabilmente si deciderà non solo il futuro dell’Italia nei prossimi venticinque anni ma dell’Europa e forse – addirittura – dell’intero mondo occidentale.

La chiusura dei porti alle “navi salvataggio”delle ong, la vicenda della nave Aquarius con 600 e passa disperati a bordo “usciti” dai lager libici, poi accolti dalla Spagna, non ha posto la questione nei suoi giusti termini. Sembra, da parte del governo che s’è appena insediato, quasi un gioco da bulli del bar Commercio, il gioco di chi la spara più grossa, in barba ad accordi internazionali, alle logiche dell’accoglienza e della solidarietà umana, perché la domanda è una sola: vale di più una vita – uomo donna bambino che sia – o un voto nell’urna o un like su un social o un Van Gogh o un bel panorama?

“È finita la pacchia”, aveva detto Salvini riferendosi senza dare indicazioni operative ai migranti che molti vedrebbero stazionare in pensioncine di provincia o giocare a calcetto o con i telefonini, a spese degli italiani o dell’Europa. “Rinchiuderemo i nuovi arrivati nei Cie (Centri di identificazione e espulsione: oggi sono cinque in Italia), dove potranno restare al massimo fino a un anno mezzo (!?)”. “Rispediremo a casa 600mila clandestini”, aveva tuonato e – dulcis in fundo ma non era ancora ufficialmente insediato al Viminale –: “Rispondiamo ai tunisini che inviano da noi galeotti e pregiudicati”.

Quest’ultima affermazione ha subito suscitato piccate reazioni del governo tunisino – l’unico per altro con il quale l’Italia ha accordi di rimpatrio di migranti –, che ha chiamato il nostro ambasciatore per chiarimenti, tant’è che il ministro Salvini e il suo entourage si sono affrettati a parlare di equivoco, di fraintendimento, pronti a recarsi a Tunisi per ristabilire e anzi migliorare gli accordi già in essere.

Ma non è che le altre “sparate”, buttate lì come in una campagna elettorale perenne e vaga, non necessitassero di altrettante compiute spiegazioni. Si dà il caso, a proposito della “pacchia” che proprio nel momento in cui il neo-ministro la denunciava venisse ucciso con una fucilata alla testa a San Ferdinando di Calabria Soumaila Sacko, proveniente da Mali, sindacalista nel Meridione e difensore di braccianti immigrati, per lo più neri, ingaggiati come schiavi nella moderna, civile, infastidita Italia di questi tempi, un personaggio che molta stampa non ha esitato a definire eroe.

E anche l’altra affermazione – i 600mila clandestini presenti sul suolo nazionale da rimpatriare – lascia un po’ il tempo che trova. Intanto, 600mila clandestini bisognerebbe rintracciarli, scatenando con ogni probabilità tutti i carabinieri e i poliziotti a disposizione, e anche l’esercito nella sventurata ma non impossibile ipotesi che il dieci per cento di essi, o anche l’uno per cento, cioè 60mila o seimila uomini, non facciano ricorso alle armi (tanto, morire a casa propria o morire qui combattendo sarebbe la stessa cosa) e possano ingaggiare una guerra interna. Oltre tutto – indicazione del Corriere della Sera – il rimpatrio di 600mila clandestini, al ritmo attuale di un’ottantina la settimana verrebbe completato in circa un secolo…

E pure l’elogio rivolto un po’ a denti stretti da Matteo Salvini al ministro dell’interno uscente, il piddino Marco Minniti, che con la sua dirompente politica avviata la scorsa estate ha ridotto gli sbarchi in Italia dell’80/90 per cento (“un discreto lavoro”, ha detto) non è stata casuale, perché indice di un approccio al problema sintomatico e non risolutivo da un punto di vista della solidarietà umana e anche del vivere civile. In buona sostanza – ma ci si basa anche su dichiarazioni dello stesso Minniti che ha definito questa situazione un suo personale cruccio – gli sbarchi sono stati ridotti drasticamente al loro partire, dalle coste libiche, con accordi (e forse anche sovvenzioni) ad autorità (alcuni sostengono addirittura ex scafisti) che hanno aperto veri e propri campi di concentramento di marca nazista.

Ecco alcune dichiarazioni rilasciate da un giovane minore al porto di Reggio Calabria dov’è approdato, proveniente dalla Libia, una settimana fa con una nave di una Ong internazionale (Corriere della Sera), dopo essere stato seviziato e ridotto in schiavitù: “Sono stato venduto per 700 dinari (ndr: circa un migliaio di euro), mi hanno tenuto prigioniero insieme ad altri migranti di ogni età. Ci hanno usati come manodopera gratuita, non ci hanno mai considerati come esseri umani, molti sono stati uccisi per strada senza una ragione”.

Un po’ la politica di fare pulizia, nascondendo la polvere sotto i tappeti, se definire polvere uomini e donne e bambini non appaia grottesco. Disumano. In proposito, negli ultimi mesi, si sono sprecate denunce dell’Onu, della stampa internazionale e italiana, anche del Papa… Acqua sul marmo: non solo per il sentire di Salvini, ma anche per quello del suo convinto elettorato.

In questo quadro la situazione delle migrazioni (gli uomini non fuggono solo dalle guerre, riconosciute dalla Ue, ma dalla fame, dalla miseria, dalle malattie) appare ancora più complessa e di difficile soluzione. Se giovani uomini e donne, in Africa, si sottopongono utilizzando tutti risparmi delle loro famiglie ai cosiddetti “percorsi della morte”, attraverso i deserti, i campi di concentramento, nuove persecuzioni e con possibilità di riuscita di salvezza intorno al 50 per cento, forse anche meno, ogni discorso, ogni politica appaiono del tutto inutili, nel presente e in un prossimo non lontanissimo futuro (venticinque anni, anche meno). La disperazione non è mai un elemento su cui si possa fare conto di razionalità e di programmi.

E se un giorno l’Europa, l’Italia che ne è l’ultima propaggine nel Mare Mediterraneo, il mondo intero si troveranno assediati da un miliardo di individui che rischiano di morire (di fame, di guerra, di malattia o quant’altro) dell’età media di 25/30 anni a fronte di una popolazione europea “benestante” inferiore ai 400 milioni, ma dell’età media sui sessanta, allora sarà estremamente ridicolo, se non paurosamente esiziale, continuare in certe politiche di vedute corte, limitate, sbagliate.

A meno di un decisivo cambio di passo culturale e di vita, di un nuovo modo di esser e di rapportarsi con gli altri, con gli ultimi e con i più poveri, un cambio di passo che non può essere appannaggio solo delle autorità politiche oggi elette e domani forse bocciate ma della coscienza di ognuno di noi.

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