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Cultura

VITA E IMMAGINE

LIVIO GHIRINGHELLI - 15/06/2018

lacanJacques Lacan (1901-1981) nasce a Parigi. Formatosi alla scuola psichiatrica francese, dopo essersi avviato in un primo tempo alla medicina, frequenta i surrealisti e Kojève, che lo avvicina a Hegel e a Heidegger. Nel 1932 discute una tesi di laurea sulla psicosi paranoica nei suoi rapporti colla personalità.

Del 1936 è una prima comunicazione a un Congresso internazionale di psicanalisi : Lo stadio dello specchio, ampliata nel 1949 (Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io): per questa teoria un bambino tra i sei e i diciotto mesi trova una prima identificazione dalla visione della sua immagine – inizialmente non riconosciuta come la propria – riflessa in uno specchio: oggettivandosi dapprima in un’immagine esteriore, riesce a costituire una prima forma di identità personale, identificandosi con questa stessa immagine.

Contro ogni ipotesi cartesiana quindi l’io non è inteso come centro unificante della vita psichica, bensì si risolve in un complesso di identificazioni immaginarie. La costruzione dell’io avviene attraverso tappe, che scandiscono l’età evolutiva; nello “stadio dello specchio” il bambino ha percezione di sé come di una struttura unitaria, però ancora in qualche modo separata dalla coscienza di sé.

Lacan distingue tra un je e un moi. La coscienza si forma attraverso un processo simbolico, che Lacan definisce l’Immaginario, cioè una proiezione dell’io di fronte a se stesso : attraverso questa riflessione duale si sviluppa l’io cosciente, il me (moi), che è riconoscimento di non essere il centro di se stessi, cioè di essere in gran parte,a livello dell’inconscio, un insieme di strutture impersonali (sociali, culturali), che si costituiscono.

È la prima fase della speculazione di Lacan che parte dalla conferenza (marzo 1953) sul mito individuale del nevrotico leggendo di Freud l’Introduzione al narcisismo. Tema principale è l’immaginario. Lacan tiene seminari nella sezione clinica della Facoltà dell’Ospedale di Sainte-Anne, poi nella sesta sezione dell’Ecole pratique des Hautes Etudes. A seguito della scissione nel 1953 della Société Psycanalitique fonda una propria scuola: la Società Francese di Psicanalisi, nel 1964 l’Ecole Freudienne de Paris, che scioglierà nel 1980.

È animato da un intento costantemente polemico verso ogni istituzione strutturata secondo il modello universitario (trasmissione di un sapere già dato in antitesi alla ricerca e agli scopi di una associazione psicanalitica). Il suo stile è difficile, ricercato letterariamente e antisistematico negli Scritti (1966). Per lui si tratta di una posizione non dissimile da quella dell’ascolto psicanalitico, attento non semplicemente al senso, bensì e soprattutto al discorso nell’atto stesso del suo svolgersi, non definitivo, né definitorio.

Propone l’ideale di un ritorno a Freud, che consenta un progresso teorico e clinico nell’aderenza allo spirito, non solo alla lettera del messaggio freudiano (procedimento appropriato al campo psicanalitico, salvando la specificità di questo aspetto rispetto agli altri campi del sapere). È la scoperta di un soggetto dell’inconscio, il cui sapere non è in alcun modo riducibile alla coscienza e quindi non traducibile in termini filosofici o scientifici.

La polemica lacaniana si rivolge contro ogni terapia intellettualizzante, adattativa, normativa, vicina al tradizionale discorso medico, facente uso dell’interpretazione come di uno strumento per ricomporre in un qualunque senso eteronomo il discorso di chi chiede un’analisi.

L’analisi affida al soggetto la posizione di analizzante. Ciò che conta in una psicanalisi è come si parla piuttosto che ciò che si dice. Le sue interpretazioni sono soprattutto intese a scandire il discorso del soggetto, a sottolinearne il ritmo entro il percorso dei significanti. Questa è la funzione del “tempo variabile” di una seduta, la cui durata non è fissata in anticipo secondo una misura cronologica costante, ma si definisce secondo un tempo, la cui scansione logica è segnata dall’interruzione operata dall’analista: cesura che funziona come un’interpretazione.

La seconda fase del suo pensiero si concentra sulla scoperta del simbolico come concetto chiave e sulla concezione dell’inconscio strutturato come un linguaggio. L’inconscio non è più definito come la dimensione profonda della nostra psiche, che si caratterizza per il fatto di non possedere l’attributo di coscienza; è semplicemente il piano di ciò che è sepolto, nascosto, rimosso e quindi non consapevole.

 “L’inconscio è un concetto forgiato sulla traccia di ciò che opera per costituire il soggetto” (Posizione dell’inconscio, 1964). Parliamo di un concetto, cioè di un artefatto scientifico, che ha come funzione quella di mettere il luce le dinamiche costitutive del soggetto. Ciò che causa il soggetto sono i rapporti sociali, traducibili strutturalisticamente in sistemi di segni, in simboli linguistici.

L’individuo è attraversato da una trama impersonale di simboli e di significanti, che lo costituiscono e che egli non padroneggia, essendone piuttosto l’effetto o il prodotto. L’io è immaginario almeno quanto la coscienza marxiana è falsa coscienza. Lacan vedrà nel sintomo nevrotico, nel suo discorso, la prova che a parlare non è tanto il soggetto, quanto il sistema stesso del linguaggio: l’uomo è parlato, anziché essere colui che parla e la sua psiche inconscia è “il discorso dell’Altro”.

 L’interpretazione dei sogni di Freud è già leggibile come un trattato di linguistica. Lacan così procede all’elaborazione di una retorica dell’inconscio, cioè a una rilettura di Freud alla luce dei contributi della linguistica strutturale. Le due leggi proposte da Freud del lavoro onirico (v. il sesto capitolo dell’Interpretazione dei sogni), cioè la condensazione e lo spostamento vengono interpretati rispettivamente come metafora e metonimia. Quest’ultima indica il passaggio da un significante ad altro significante, la metafora la condensazione di più significanti.

 L’ordine simbolico è una catena di significanti, al cui interno il soggetto è fin da sempre preso a sua insaputa e condotto da un significante all’altro. L’ordine simbolico, l’Altro, si risolve interamente in una catena infinita di rimandi.

Nell’analisi freudiana il sogno è un linguaggio complesso, che possiede un proprio lessico (i simboli) e una sintesi comprensiva di connettivi logici, che rappresentano rapporti di contemporaneità e di successione, relazioni causali ecc.

Lacan interpreta l’inconscio come un linguaggio impersonale. il termine es è reso con l’espressione ca parle, esso parla. Nell’inconscio qualcosa parla attraverso i lapsus, i sogni, i sintomi, senza che il soggetto ne sia avvertito sul piano della coscienza, per cui non funzionano le leggi logiche e temporali del discorso cosciente. Ciò che sfugge alla presa dell’ordine razionale esige per il riconoscimento una mediazione, quella dell’ordine simbolico, di quell’aspetto del linguaggio, che è intersoggettività, patto, legge, preesistente alla nascita del soggetto, ordine analogo a quello individuato dallo strutturalismo in linguistica e in antropologia (de Saussure, Lévi-Strauss). Rispetto a de Saussure Lacan riprende la distinzione tra langue e parole, ripensata come rapporto tra un inconscio impersonale (il linguaggio dell’Altro), preesistente all’individuo e da lui indipendente e l’organizzazione della psiche soggettiva.

Lacan cambia il senso della rimozione: non è più la dinamica di occultamento censorio di una rappresentazione inaccettabile socialmente, bensì ha piuttosto a che fare con una perdita di godimento, che si è resa necessaria con l’ingresso dell’uomo nella dimensione della cultura, è come se l’uomo perdesse di sostanzialità e di naturalità nel mondo in cui vive esclusivamente in una catena di significanti.

Nell’ultima fase del suo pensiero (v. il Disagio della civiltà di Freud, 1929) Lacan postula che l’uomo moderno vive perennemente in una condizione di rinuncia pulsionale, avendo perso quella dimensione totalizzante tipica della vita intrauterina, in cui non esiste individuazione, né separazione dalla realtà egli non gode più, ma desidera. Fuori dall’ordine simbolico sta un reale, che non può essere vissuto, né detto, ma la cui assenza lascia tracce nell’ordine simbolico stesso.

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