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Politica

SFIDA CULTURALE

GIUSEPPE ADAMOLI - 14/12/2018

pdFacile da capire il 2018 elettorale per la nettezza dei suoi risultati malgrado il sistema proporzionale sia il più idoneo a far dire a tutti di aver vinto o di non aver perso. Hanno nettamente vinto i partiti che si erano opposti ai governi Letta-Renzi-Gentiloni. Ha straperso il Pd e sono quasi scomparsi i partiti alla sua sinistra.

Largamente condivise e note anche le cause di quella sconfitta: la sottovalutazione della questione sociale e la crisi dei rapporti fra governo e corpi intermedi in particolare quelli rappresentativi dei ceti più popolari. E non va esclusa la chiave psicologica di un Renzi straripante che aveva stancato molti elettori anche per effetto dell’efficacia della martellante propaganda avversaria. Il tutto in uno scenario di crisi della socialdemocrazia europea.

Più difficile da raccontare e capire dove ci abbiano portato e ci stiano portando quei risultati elettorali con Lega e Cinquestelle al governo. La situazione è oggi molto pesante e le tesi che lo spread sia manipolato dai “poteri forti” e che la recessione economica sull’uscio sia dovuta ai governi del passato sono così sciocche che nemmeno meritano di essere smentite.

Il “contratto di governo” è troppo costoso e irrealizzabile? Si, vero, ma ci sono altre ragioni più profonde: l’anti europeismo della Lega che pagheremo a caro prezzo per molto tempo e l’anti industrialismo dei Cinquestelle con tutti i No ad ogni politica di sviluppo.

Il fatto che il partito vincente il 4 marzo stia perdendo consenso mentre stia salendo il partner di governo esaspera la situazione con imbarazzanti duelli fra Salvini e Di Maio che neanche gli sforzi di Conte riescono più a mascherare.

In parte il cambiamento del consenso si spiega con l’impreparazione dei Cinquestelle messa in evidenza da alcune uscite scellerate: la richiesta di impeachment per Mattarella, la sceneggiata sul balcone di Palazzo Chigi, le parole insensate come “Abbiamo abolito la povertà”.

Insomma i due partiti al potere continuano ad essere di lotta e di governo, del Sud l’uno e del Nord l’altro malgrado Salvini tenti, senza poterci riuscire, di accarezzare l’idea più rassicurante del Partito della Nazione. Fin quando durerà questa situazione? Probabilmente per molto tempo data l’attuale inconsistenza dei partiti d’opposizione. Forza Italia molto ambigua con la Lega e il Pd alle prese con una crisi interna che non è affatto scontato possa essere risolta dal congresso tardivamente indetto.

La domanda che riguarda il Pd è la seguente: è finita l’epoca del centrosinistra senza trattino e si tornerà al centro che si allea con la sinistra che tornerebbe ad essere largamente rappresentata dallo stesso Pd? Un’ipotesi sul tappeto molto discutibile che contrasterebbe con il sogno della fondazione del Pd e che rischierebbe di riportare indietro l’orologio della storia.

L’eventuale uscita di Renzi dal Pd (per un fantomatico partito di centro, sussurrano i suoi critici) rafforzerebbe questa ipotesi e non sarebbe affatto positiva per tanti aspetti. Ma si deve realisticamente ammettere che molto si è spezzato del legame anche affettivo fra il leader ed una parte non piccola di quello che era stato il suo elettorato.

La sfida culturale del Pd appare chiara: rinnovare il forte riformismo sociale ed economico per continuare a considerarsi un partito di governo solo transitoriamente all’opposizione. Con o senza Renzi in primo piano.

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