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Divagando

NATALI DI GUERRA

AMBROGIO VAGHI - 04/12/2020

nataleChe Natale sarà quello che celebreremo tra pochi giorni? Non certamente di festa. Tanti e mai troppi gli appelli per far sì che non lo sia, per evitare danni ancora più pesanti dal micidiale Covid-19.

Tornando a quel giorno di oltre 2000 anni fa, la nostra mente può accomunare momenti successivi e attuali. Dalla povera grotta nella loro Palestina Giuseppe e Maria fuggono verso l’Egitto per salvare soprattutto quel bimbetto che la follia di un Re Erode vorrebbe uccidere. Come gli immigrati di oggi che lasciano disperati le loro terre per trovare altrove un futuro migliore. Ancora oggi Gerusalemme è la contesa città tra due religioni. Le tante crociate non hanno restituito il Sacro Sepolcro e quanto appartiene alla cristianità. Tensioni, scontri e guerre. Sempre ricorsi alle armi, al sangue tra Israele e popolo arabo per la Terra Promessa. Si spara e si uccide. Non certamente quello che voleva Gesù Cristo venuto sulla terra per redimere l’Umanità.

Fermiamoci a tempi più vicini. Ai Natali che abbiamo vissuto o che ci sono stati raccontati dai nonni o papà. Il secolo passato l’abbiamo trascorso tra false parentesi di pace. Ancora prima del 1915/18 l’Italia fu in guerra con la Turchia, nel 1911, per conquistare la Libia. Prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale del 1939/1945 Mussolini fece guerra all’Abissinia, conquistò l’Etiopia (1935/36) per farne l’Africa Orientale Italiana, una secondo collare regalato al Re Vittorio Emanuele III nominato Imperatore.

Il fascismo si presentava sul piano mondiale come potenza coloniale. Non si era fermato neppure davanti alle “sanzioni “ economiche e politiche comminate dalla impotente Società delle Nazioni, allora con sede a Ginevra.

Si era accesa la miccia che avrebbe portato alla guerra mondiale più sanguinosa della storia con morti a decine di milioni.

Ma abbiamo fatto un salto in avanti. Va ricordato che durante il primo conflitto mondiale l’Europa fu dilaniata da un’altra luttuosa pandemia, la cosiddetta spagnola. Si disse che il contagio fosse stato trasmesso dalla carne in scatola inviata dagli USA per sfamare gli europei. Almeno così pare fu individuata l’origine.

Già il carattere delle guerre si era modificato. L’avvento dell’aviazione coinvolse le popolazioni che nel passato erano sicure nelle retrovie. Armi terribili come quelle nucleari fecero il loro ingresso lasciando per sempre contaminazioni.

Ogni potenza ha generato armi nuove di difesa e offesa. Oggi ci troviamo in una guerra planetaria dove il nemico è invisibile. Si vedono soltanto i suoi mortali effetti. L’Uomo ne uscirà vincente mobilitando tutte le forze della sua scienza. Ne uscirà, ma a quale prezzo? Ecco, questo dipende dai comportamenti di tutti. Questo è il problema.

Ci attende dunque un Natale di stenti, di restrizioni morali e fisiche, pesanti per tutti se non sapremo accettarle con convinzione e consapevolezza

Pranzi? in pochi a tavola pensando a quelli del passato, quando anche in piena guerra il Natale era la festività per riunire famiglie e parenti. Era l’occasione per dimenticare il razionamento quotidiano e per permettersi qualche peccato di gola. Lo faceva chi aveva tanti soldi ricorrendo al sempre florido mercato nero, oppure chi aveva la fortuna di avere parenti in campagna dove non si perdeva l’abitudine di allevare capponi, oche e tacchini.

Io mi consideravo uno di questi fortunati. Pur trovandomi a Milano, giungeva il nonno Ambrogio con valigie colme di pennuti e di salumi del maiale da poco macellato. Il pericolo maggiore era arrivare in treno alla stazione centrale dove i dazieri davano la caccia agli evasori dell’imposta di consumo. Tutto qui.

Non ricordo allarmi od incursioni aeree in quei giorni. Forse un muto patto tra i belligeranti.

I parenti di campagna raccontavano in seguito i loro pranzi mentre i parenti residenti a Varese erano alle prese coi momenti più neri. Quasi alla fame se non erano riusciti a procurarsi un po’ di patate andando in bici in quel di Cagno o spingendosi in avventurosi viaggi nel novarese, oltre il Ticino, per procurarsi un po’ di riso.

Anche per i bambini i giocattoli passavano in seconda linea, prima cosa era sfamarsi. Le differenze sociali contavano eccome. Chi aveva soldi poteva procurarsi il pane bianco ogni giorno, salumi e carni o addirittura il caffè caffè. Quello autentico contrabbandato dalla vicina Svizzera e non quella ciofeca bruna di fagiolame abbrustolito.

Ristrettezze e sacrifici durarono ancora durante i Natali del primo dopo guerra, quelli che avviarono la nostra meravigliosa ricostruzione. Ancora tessere annonarie o carenze di farine, carni, zuccheri. Tutti i sacrifici sopportati con pazienza e speranze nell’avvenire.

Quella pazienza che ci si chiede oggi in attesa di giungere al vaccino che dovrebbe ridurre o debellare definitivamente il flagello del covit-19. Rispettare le regole, le norme di comportamento non per fare una cortesia a chi le ha emanate ma nel convincimento che ogni sacrificio serve soprattutto a noi. Emergono scelte errate, ritardi, sottovalutazioni, comportamenti assurdi, autolesionistici, negazionisti, e responsabilità politiche. A livello regionale si collocano nella lunga gestione dei Formigoni, dei Maroni e ultimo dei Fontana che hanno governato la sanità lombarda in modo maldestro. Oggi però non è il momento di recriminare. Primo obiettivo rimane uscire dalla pandemia, con uno sforzo comune, di tutti, senza perderci in polemiche magari giuste ma fuori tempo. Un esempio ci viene dal Governo e dal Parlamento e ci indica quanto siano negative certi continui distinguo di alcune Regioni. Non è un embrassons nous, una assoluzione generale. Verrà tempo per colpire le eventuali responsabilità personali e politiche.

Dunque durante le festività natalizie e di fine anno si attenueranno certe restrizioni, ma guai a tornare alle manifestazioni di irresponsabilità apparse nell’estate scorsa. Si scordarono tutti quei virtuosi comportamenti di difesa che pure erano necessari. Auguri a tutti, ricchi e poveri, anziani e piccini ai quali il vecchio Babbo Natale non dimenticherà di lasciare sotto l’albero il suo immancabile dono.

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