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Editoriale

L’HOMBRE

MASSIMO LODI - 05/02/2021

??????????????????????????????????????????Lo disse, con generosa autorevolezza, Di Maio: Draghi m’ha fatto una buona impressione. Eccolo qua, l’hombre del partido senza partito, in veste espressionista: realistico più che mai. Lui e Mattarella insieme, per il governo della salvezza italiana. Non c’era strada diversa, dopo il festival del pateracchio. E, anzi, la soluzione arriva in ritardo. C’è voluta una crisi irresponsabile (tanti gli sciagurati inneschi) per trovare la soluzione responsabile. Solo nel Paese di Machiavelli le cose van così. Per fortuna si conferma che nella fanghiglia dell’emergenza sappiamo scovare la perla: tale appare l’arruolamento dell’ex presidente Bce.

Entriamo così nella Repubblica 4.0. La prima denotò gravi difetti, la seconda ne ha ampliato lo spettro, la terza li ha resi insopportabili, la quarta ha l’occasione del riscatto dall’abissale mediocrità. Dobbiamo a Renzi il risultato, un capolavoro strategico (masterpiece, han scritto gli americani) un po’ voluto un po’ accidentale. Al netto dei calcoli di bottega e delle ambizioni personali, molti suoi rilievi erano giusti. Sbaglio di Conte a sottovalutarli, ignorando l’urgenza di cambiare mediando anziché di mediare non cambiando. Ha creduto, mal consigliato, che Renzi bluffasse, mirando solo alle poltrone, tra un sotterfugio e un accordicchio. Invece guardava oltre, confidando nella calata dell’asso. Poi giocato da Mattarella, che l’ex premier volle al Quirinale sei anni fa. Vedi il caso. Delusione massima da Cinquestelle e Pd, di modestia imbarazzante nel gestire la vicenda. Si sono fatti sottrarre argomenti, tempismo, astuzia. E l’unica carta vincente del mazzo. Risultato: la loro intesa s’è sbriciolata.

Ora tutto si rimescola. Draghi solo un supertecnico? Che sciocchezza. È di lunga esperienza politica, altrimenti non avrebbe presieduto la Banca centrale europea, macchina complessa, da guidare conciliando esigenze spesso confliggenti. Saprà cosa fare e chi chiamare. Non imporrà i tecnici, ne indicherà i nomi tenendo conto delle diverse sensibilità dentro la sua maggioranza.

Quale il perimetro? Pd, Italia Viva e Leu pronti al sì. I Cinquestelle quasi, spaccati altro che a metà: in diversi pezzi. Molti si persuaderanno al sostegno del governo, dando retta a Di Maio, Conte e perfino all’ex vaffatore Grillo. Basteranno a garantire i necessari numeri parlamentari, se alla compagnia s’aggiungerà una frazione di destra. Forse più che una frazione. Berlusconi ci sta, dopo aver invocato il governo dei migliori nel peggior frangente nazionale da settantacinque anni a questa parte. Salvini e Meloni farebbero bene a starci. La Meloni dice che no, elezioni e solo elezioni:vuol ritagliarsi un residuale ruolo d’opposizione per non consegnarne l’esclusiva ai dissidenti grillini. Ma sui provvedimenti decisivi di Supermario assentirà. Salvini o dice un sì chiaro, seguendo il consiglio di Giorgetti, o lo garantisce in penombra, nascondendolo dietro l’astensione. Come fa a dissociarsi da un premier e da un presidente della Repubblica che ammoniscono: stiamo insieme per non precipitare nella catastrofe? Infine: quale follia sarebbe rinunciare a legittimarsi sul piano internazionale, condividere il nome del nuovo capo dello Stato, partecipare al tavolo delle grandi riforme?

Quindi: se si vuole evitare lo sprofondo finale nella crisi sanitaria, economica e sociale, l’occasione va colta. Ci mancherebbe altro che non la si cogliesse. E sarà propedeutica alla rifondazione della politica. Un compito ancora più gravoso. Un’impresa quasi titanica. Il rinascimento dalle ceneri dello sventurato populismo-sovranismo-demagogismo che ha segnato l’apoteosi dell’emarginazione moderata.

Nel 1982 Egidio Sterpa, esemplare giornalista di scuola montanelliana e maestro di pensiero liberale, scrisse il libro ‘La carta vincente’. Sottotitolo: ‘Contro le solite facce, per risolvere con grinta il caso italiano, evitare i compromessi, i discorsi, le assistenze, i latrocini, le debolezze eccetera’. La carta vincente era la rimozione della rinuncia alla ‘speranza dell’altezza’. Sterpa riprendeva la definizione da Giovanni Malagodi, storico leader del Pli, che l’aveva coniata l’anno prima. Allora né Malagodi né Sterpa furono ascoltati. Ora c’è da augurarsi che lo sia Mattarella. Speriamo nell’altezza.

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