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Urbi et Orbi

MIRACOLI

PAOLO CREMONESI - 19/03/2021

don Anas

don Anas

Un sacerdote milanese, scrittore, musicista, molto amato dai giovani, muore di Covid dopo un lungo ricovero. Per sessantasei giorni tutte le sere alle 21 in due-tremila (ma a volte anche cinquemila) ci siamo radunati via Zoom in un rosario per chiedere a Dio il miracolo della sua guarigione. Mi immaginavo questa preghiera come la lotta, descritta nel libro dell’Esodo, tra Mose e Amalec, con Aronne e Cur a sostenere da una parte e dall’ altra le braccia del Patriarca perché se Mose alzava le mani l’esercito israeliano vinceva, se le abbassava per stanchezza perdeva. E noi abbiamo perso.

Ma è davvero così?

Questa lunga domanda di guarigione mi ha fatto tornare in mente un episodio analogo. Una quindicina di mesi fa durante un pellegrinaggio in Terra Santa per ottenere la guarigione di un parente, avevo applicato l’antica pratica dell’eulogia (un oggetto legato alla grazia del luogo) ad una piccola croce di legno. Facendola toccare alle rocce, alle case, ai muri dove era passato Gesù, mi riproponevo di portarla rapidamente in ospedale all’amico. Al ritorno la prima telefonata ricevuta in Italia, appena atterrato l’aereo, mi informava che ci aveva lasciato nella notte.

Alle mie rimostranze verso il Mistero un amico saggiamente replicò (si era prima dell’epidemia del covid): “se bastasse andare in Terra Santa per ottenere una guarigione, le linee aeree di tutto il mondo non basterebbero”. E comunque a Lourdes esiste un cimitero, neanche troppo piccolo, per quanti muoiono durante i pellegrinaggi al Santuario.

È giusto domandare? Credo che chiedere la guarigione di un parente, di un amico sia sacrosanto ma non è assolutamente certo che ciò avvenga. Il ‘sia fatta la tua volontà’ del Padre Nostro è da questo punto di vista una grande scuola.

Osserva il vescovo di Reggio Emilia Mons. Massimo Camisasca: “Un modo sbagliato di chiedere con la preghiera è farlo pieni di pretese. Dimenticheremmo le prime tre domande del Padre Nostro: è giusto ottenere ciò che fa sì che il suo nome venga santificato, che la sua volontà sia fatta, che il suo regno venga”. Ma allora, incalzo, ha senso domandare se è solo Dio che dispone? Risponde il vescovo: “Certamente sì, perché noi non conosciamo nulla della libertà di Dio. Ma sappiamo che la libertà del figlio Gesù, per esempio, è stata modificata dalla insistenza di una donna siro-fenicia che lo convinse a non limitare la sua predicazione ad Israele (Mc 7,24-30). Ciò che avviene nella libertà di Dio è per noi un grande mistero”.

Libertà che a me, misero mortale, può sembrare persino ‘ingiusta’ e la morte di Anas (questo il nome del sacerdote milanese) rimane un grande mistero. Ma se osservo che per oltre due mesi migliaia di persone, alcune certamente non praticanti, hanno dato vita spontaneamente ad un popolo in preghiera, inizio a domandarmi se non debba avere, di fronte a questi eventi, occhi diversi. Meno offuscati dall’individualismo che mi permea e più libero di affondare le radici nel grande mare del Mistero: imparare a guardare cosa una morte dipana in termini di legami, conversioni, affetti, piuttosto che concentrarmi sulla, pur insostituibile, domanda di guarigione.

Per sessantasei giorni persone che non si conoscevano si sono incontrate in preghiera: hanno attraversato un frammento di storia, nelle sue contraddizioni a volte incomprensibili. Si sono scoperte unite nell’affrontare i marosi del momento attuale. Hanno visto come da un dolore nascano per vie misteriose rapporti imprevedibili, pezzi di popolo e luoghi di recupero e accoglienza. Un miracolo.

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