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Cultura

PATRIMONIO ITALIANO

RENATA BALLERIO - 04/11/2021

cederna«È insensato continuare a confidare nel mito di una crescita illimitata, misurata in base a quel dio-feticcio che è il prodotto nazionale lordo: una crescita che oltre tutto provoca (in termini di rifiuti, desertificazione, inquinamento, consumo del territorio eccetera) ingenti costi sociali».

Si spera che la maggioranza delle persone e dei politici o di chi deve prendere decisioni sia sempre più consapevole di questa affermazione. Sorprende, e un pochetto amareggia, sapere che queste parole appartengono alla storia.

Ad essere precisi alla battaglia personale di Antonio Cederna, nato il 27 ottobre 1921 e morto nel 1996. Battaglia culturale e politica. Sarebbe meglio definirla cultural-politica, perché linguisticamente anche un timido, piccolo trattino può fare la differenza nel modo di pensare.

Cederna si laureò a Pavia nel 1947 in Archeologia Classica ma scelse di vivere la professione di giornalista e di scrittore, impegnandosi a sensibilizzare – come si legge in numerose note biografiche – «l’opinione pubblica sui problemi inerenti la salvaguardia del patrimonio naturale e culturale italiano». Nel 1955 fu tra i cofondatori di Italia Nostra. Gli anni della ripresa, anticipatori del boom economico, erano, infatti, caratterizzati da una cementificazione frenetica e tale da distruggere anche il patrimonio artistico e paesaggistico.

Nel 1961 sulla Rivista Casabella scrisse parole quasi profetiche: «La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti».

Memorabili i suoi libri: da I vandali in casa del 1956 a Lo Sfacelo del Bel Paese. Libri di denuncia ma anche di proposta, caratterizzati- come ci ricorda il titolo di un altro suo testo – da “Difesa della natura. Difesa dell’uomo”. Un uomo da ricordare, un intellettuale da apprezzare anche per la sua lungimiranza. E proprio pensando alla sua ostinata difesa del patrimonio, in primis quello del paesaggio, è quasi inevitabile fare un collegamento con un altro anniversario: settantacinque anni fa, il 4 novembre 1946, si costituì l’Unesco.

Questa agenzia specializzata delle Nazioni Unite era stata voluta e fondata l’anno prima come progetto della Conferenza dei Ministri Alleati dell’Educazione, nota più semplicemente come CAME, per promuovere il rispetto universale per la giustizia, per i diritti e le libertà fondamentali. Dichiarazioni forse altisonanti. Benedetto Croce addirittura parlò di propositi sterili. Non è comunque casuale che tra gli scopi principali dell’Unesco, organizzazione per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, vi sia l’identificazione, la protezione e la tutela e la trasmissione alle generazioni future del patrimonio culturale e naturale di tutto il mondo. Innegabilmente un’importantissima missione.

Proprio per questo non è mai inutile riflettere sul valore delle parole. Patrimonio racchiude in sé con forza due parole latine: pater, i nostri padri da cui discendiamo, e munus, il dovere, l’impegno ma anche il dono. Una parola che ci rimanda, o dovrebbe rimandarci, alla responsabilità. E anche se spesso sbagliamo associando l’Unesco quasi esclusivamente ai siti riconosciuti dall’associazione come patrimonio dell’umanità, commettiamo un altro errore ben più grave. Quale? Pensare a tale riconoscimento come una nota di prestigio, quasi con orgoglio pubblicitario. Non è, infatti, sufficiente ottenere il riconoscimento ma occorre l’impegno, il munus appunto della tutela. Tutela continua, incessante, seria. Un monito da ricordare sempre anche da parte dell’Italia che detiene, con cinquantotto siti, un vero primato mondiale.

Certamente anche l’Unesco nei suoi settantacinque anni di storia ha avuto le sue luci e le sue ombre. Non volle riconoscere Israele. E molti intellettuali, da Sartre al pianista Rubinstein, al nostro Alberto Arbasino, firmarono un manifesto di critica alla politicizzazione dell’Organizzazione. Quella scelta errata dell’organizzazione non è da dimenticare, come altri errori che portarono Usa e Israele a uscire dall’Unesco nel 2017. Piaccia o non piaccia dobbiamo, però, anche pensare a quanta storia avremmo perso se non ci fosse stata quella decisione del 4 novembre. E mai come oggi dobbiamo capire il rapporto inscindibile tra natura e cultura. Certamente una delle priorità dell’Unesco ma soprattutto nostra, come ha testimoniato Antonio Cederna.

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