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Storia

MEMORIA PIÙ CHE RICORDO

FRANCO GIANNANTONI - 18/05/2012

Il Tribunale per i crimini di guerra riesuma i resti delle vittime di Srebenica (AP Photo/Staton R. Winter)

Torno sul tema della memoria, assistendo alla antistorica danza fra cippi e lapidi del centro-destra nostrano, in attesa dei prossimi che la voce pubblica dà per scontati. Mi aiuta una frase che pochi giorni fa ha pronunciato Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz dopo la retata nazifascista al Ghetto di Roma nell’ottobre del ’43: “La memoria non è il ricordo. La memoria è quel filo che lega il passato al presente e condiziona il futuro”.

Sono parole corpose e che riprendono alcune questioni che ci riguardano. Alcune domande sono fondamentali: abbiamo aperto una riflessione storica e critica sul passato oltre la commemorazione? Abbiamo un calendario civile che esprima questa idea di memoria? Quella memoria ha qualche attinenza con il quotidiano?

“Storia della Shoah in Italia” (Utet 2010) è un’opera monumentale che ha come obiettivo quello di ripensare quell’evento (ma vale anche per altri, la Resistenza in primis) in relazione ai cambiamenti della società italiana dal Risorgimento a oggi, soffermando l’accento sui perseguitati, i persecutori, la diffusa indifferenza del tempo, la delazione, i grandi furti compiuti dallo Stato fascista e repubblichino, i lucrosi affari del mondo imprenditoriale, compreso quello varesino, sollecitati da compromessi al di là delle ideologie, la riproposizione compiuta nei libri e nei film di quell’orrore.

Perché quello studio profondo (Utet 2010), nell’animo del Paese, passato e odierno, si è misurato sostanzialmente col silenzio? Che cosa significa fare politiche e pedagogie della memoria oltre la commemorazione rituale? Questa è la questione che, quella discussione mancata, ci lascia in eredità.

C’è qualcuno anche nella nostra città che abbia memoria, non astratto ricordo, citando la Shoah, degli amministratori privati di beni ebraici che, dopo l’8 settembre del ’43, s’affrettarono a denunciare agli sbirri nazifascisti i patrimoni dei loro ex amministrati, costruendo su questo le loro future fortune? C’è qualcuno che si commuova alla memoria dell’osceno mercimonio compiuto per far riparare in Svizzera gli ebrei, ma anche i ragazzi che volevano disertare la chiamata di Salò, gente indifesa? C’è qualcuno che si interroghi sulla frenetica disponibilità di prefetti, questori, podestà (tutti, ma proprio tutti, della nostra provincia come delle altre) a consegnare agli occupanti tedeschi gli elenchi del censimento ebraico del 1938 abbandonati dal “distratto” Badoglio negli archivi prefettizi dopo l’armistizio?

La memoria non è il ricordo che svanisce nell’aria a un colpo di vento.

Credo che la questione abbia un legame stretto (cosa diversa negli altri Paesi) con il fatto che l’Italia disponga di un carente calendario di “feste pubbliche” collegate alla propria storia, date che abbiano una funzione didattica, di insegnamento e soprattutto formativa di un senso civico pubblico.

Giovanni De Luna, lo storico torinese autore anni fa di una impegnativa ricostruzione del Partito d’Azione che, tanto per fare un paio di esempi, con Ferruccio Parri e Leo Valiani contribuirono a fare una buona fetta d’Italia per poi essere esautorati con cinismo, Pci consenziente, e assieme Pli, e Dc, nel novembre del ’45 con l’avvio della lunga stagione del “centrismo” filo-atlantico, ci ha ricordato, non per vezzo, come negli ultimi dieci anni si sia abbattuta sull’Italia una marea di date.

Oltre al 27 gennaio, giorno della memoria (ma è data europea, la liberazione di Auschwitz; meglio sarebbe stato fissarla nel 16 ottobre 1943, il “ratto” di Roma, data tutta nostra perché noi italiani c’eravamo assolvendo a un compito preciso), il 10 febbraio giorno del ricordo delle foibe, il 9 maggio giorno del ricordo dei caduti per il terrorismo, il 12 novembre giorno del ricordo dei caduti militari e civili nelle missioni all’estero, il 4 ottobre (c’era già) la solennità per i Santi Patroni d’Italia; il 2 ottobre festa dei nonni. Siamo pieni zeppi di date di feste e di giorni della memoria ma denunciamo uno scarso rapporto critico con la Storia con il rischio di incrementare la sacralizzazione del passato e di sfuggire alla rilevanza degli eventi tremendi del presente.

Nel suo intervento al Parlamento italiano del 27 gennaio 2010 il premio Nobel Elie Wiesel ha ricordato come porre il problema della memoria significhi soprattutto COME ricordare e non SE ricordare. Poi ha aggiunto: “A qualsiasi livello della politica e al più alto livello della spiritualità il silenzio non aiuta mai la vittima: il silenzio aiuta sempre l’aggressore”.

Cosa ce ne facciamo allora della memoria? Come la usiamo se la usiamo? Fare le varie giornate della memoria è senz’altro lodevole. Ma la premessa offre il fianco a serie osservazioni. Se “la memoria è quel filo che lega il passato al presente e condiziona il futuro” (Terracina), l’operazione che connette e condiziona il futuro nasce, non tanto dal ricordare, ma dal disagio che la memoria procura. La memoria è una febbre che ti dovrebbe educare a non ripetere il peggio del passato, a restare vigili La memoria consente di valutare il divario tra sapere che cosa sia la verità e la giustizia e la coscienza che si è mancato in qualche punto.

Riappacificarsi dunque con il passato, ma lanciare lo sguardo – è un esempio credo che si attagli – sulle tragedie dell’oggi.

Srebrenica. Pronunciare quel nome mette i brividi addosso. Prendiamo quell’eccidio. L’Europa ha provato disagio facendo di tutto per non confrontarsi con ciò che quelle scene significavano se non dopo, a fatti compiuti, a migliaia di morti ammazzati, violentati, percossi.

Srebrenica nel luglio del 1995 è stata la dimostrazione lampante che sapere che sta accadendo qualcosa, persino vederlo, non impedisce che quella cosa, non solo sia possibile, ma che avvenga. E soprattutto abbiamo scoperto che dopo, noi, non i carnefici, siamo ancora in grado di vivere senza sentire vergogna.

A Srebrenica abbiano scoperto che non è vero che lo sterminio avviene perché nessuno lo sa e che se avessimo saputo non sarebbe potuto avvenire. Quello sterminio lo abbiamo visto in diretta chi al mare o ai monti, sulla tv e sui giornali. Era la bella solita estate, anche un po’ noiosa. Ma idonea a farci sentire estranei ai fatti del mondo, alla seconda “Auschwitz del secolo breve”.

Ecco perché riflettere sulla memoria e sulla sua funzione, per comportarci, se possibile, in modo diverso senza aggrapparci, per alibi o per comodità reducistiche-cerimoniali, sul ricordo che scivola via inafferrabile, che non costa niente, senza lasciare tracce nell’anima.

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