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Libri

LAKE E LAGHEE

DINO AZZALIN - 06/10/2023

buffoniInvettive e Distopie”, edito da Interlinea di Novara, raccolta di interventi letterari e poetici di Franco Buffoni, poeta, critico e traduttore tra i più raffinati in Italia, gallaratese di nascita e romano d’adozione, attraversa un periodo letterario di ampio respiro storico.

Per comprendere il significato del termine “distopia” bisogna risalire al 12 marzo 1868, quando a Westminster viene pronunciato (dystopia) per la prima volta dal filosofo ed economista John Stuart Smith, che accusava i parlamentari inglesi di adottare per il latifondo in Irlanda una soluzione appunto “distopica”, cioè di “una utopia negativa, di anti-utopia” e perciò inaccettabile. Qual è dunque il tratto distintivo profondo tra una narrazione utopica e una distopica, si chiede Buffoni?

Utopico è quasi sempre il testo saggistico, mentre distopico tende a essere spesso quello narrativo, specie se appartenente a un periodo storico di dittature e di pensiero unico. E secondo Buffoni, è sempre meglio “l’idea” dell’ “l’ideologia”, che dovrebbe stare fuori dalle letterature, perché al pari della Bibbia per i cristiani. la Poesia è il cristianesimo dei poeti. Franco Buffoni lo racconta bene in ventisette capitoli, il cui fil rouge è il valore oggettivo e soggettivo delle Opere, da Dante a Pasolini, da Shakespeare a Fernanda Pivano, fino ad arrivare ai giorni nostri con gli autori contemporanei viventi, tra cui Helena Janeczek, Maria Grazia Calandrone e Gian Mario Villalta.

Ma è soprattutto la poesia della “Linea lombarda” di Luciano Anceschi e di Vittorio Sereni (ben 11 pagine), pubblicata a Varese dall’Editrice Magenta di Bruno Conti, con la inarrivabile prefazione dello stesso Anceschi, a occupare un posto preminente nell’interesse dell’autore del saggio. I poeti laghisti “prealpini” appaiono in qualche modo assimilabili a quelli del “lake poets” inglesi, che furono un gruppo di poeti, letterati e artisti vissuti tutti nell’area conosciuta come Lake District, nel nord ovest dell’Inghilterra, durante la prima metà del XIX secolo. Come gruppo essi non seguirono nessuna “scuola” specifica di pensiero o pratica letteraria allora conosciuta, anche se i loro lavori furono uniformemente disprezzati dalla Edinburgh Review.

Le tre personalità principali tra i poeti laghisti furono William Wordsworth, S. Taylor Coleridge e Robert Southe. In Italia, proprio a partire da Varese, Buffoni dedica alla letteratura dei laghi ben due capitoli, intitolati rispettivamente “Vittorio Sereni e mio padre” e “Piero Chiara: per una questione di poetica” dove traduce Miguel Hernadez in modo mirabile. Buffoni, che in un articolo su Repubblica a firma di Maurizio Cucchi è annoverato anch’egli come un continuatore della linea lombarda fuori Milano, dice testualmente a proposito di Vittorio Sereniil suo stile è quello che sento più vicino, perché in lui vedo mio padre”. Un bel riconoscimento ai piedi delle Prealpi, per la nostra cultura, insieme ad altri lacerti che ritornano spesso in Invettive e Distopie”, a lambire la “regione insubre” come fucina creativa di ben più alta concezione letteraria.

Buffoni a volte si dà pensiero di individuare l’orientamento sessuale di questo o quello scrittore, preoccupazione inutile credo, in quanto ininfluente rispetto alla grandezza della produzione. Certo fa bene Buffoni a rilevare i tratti omofobici e razzisti presenti in certi ambienti “letterari”, ma ritengo che di un autore contino gli aspetti legati esclusivamente al valore della scrittura e della sua opera. Le opere devono procurare felicità, nella felicità della forma, al di là di riconoscimenti, premi, premiucoli, vicende personali, conventicole varie, ecco perché autori come Tomasi di Lampedusa o Morselli pur non avendo pubblicato nulla in vita sono stati consacrati come giganti della Letteratura.

Leggere questo libro è stato come andare a una festa di nozze dove si incontrano, sposi, parenti e amici, ma si è più incuriositi da figure sorprendenti, come è stato per me imbattermi in Evelyn Arthur St Jhon Waugh, stravagante scrittore inglese che nacque a West Hampstead nel 1903 e scomparve nel nulla a Combe Florey nel 1966. Ebbe due mogli, sei figli, tre fidanzati, ed è stato il più importante erede di quella grande tradizione di scrittura satirica anglosassone che dagli immaginari pellegrini medievali di Geoffrey Chaucer giunge sino “alle deformazioni gulliveriane” di Jonathan Swift. Sì, perché la poesia, come la letteratura in prosa, può insegnare a non prendersi troppo sul serio e a sorridere ogni tanto.

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