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GLORIE BIANCOROSSE

CLAUDIO PIOVANELLI - 30/10/2026

Pietro Anastasi

Due eventi, nei giorni scorsi, hanno riportato alla memoria il grande Varese, quello che giocava in serie A tra gli anni Sessanta e Settanta, quello capace di strapazzare persino la Juventus (5-0) in un freddo pomeriggio del febbraio 1968.

In ordine di tempo, il primo evento è stato l’intitolazione del piazzale di fronte all’ingresso dello stadio “Franco Ossola” a Pietro Anastasi, avvenuta lo scorso 15 ottobre.

Il secondo, la scomparsa di Gabriele “Lele” Andena, che ci ha lasciato

Gabriele “Lele” Andena

improvvisamente, a 79 anni, solo due giorni dopo.

Questi due personaggi, così diversi tra loro in campo (attaccante l’uno, difensore l’altro) e fuori del campo, sono stati interpreti di alcune delle pagine più gloriose del calcio biancorosso. Pagine che fanno parte di un passato decisamente remoto, se pensiamo che il Varese non gioca più in serie A dal lontanissimo 1975…

Difficile stabilire chi sia, in assoluto, il calciatore più iconico ad avere vestito i colori biancorossi. Ammesso che sia possibile stilare una classifica, Pietro Anastasi sarebbe sicuramente nelle primissime posizioni. La sua avventura con la maglia del Varese durò soltanto due anni (un campionato in serie B concluso con la promozione e un altro in serie A concluso al settimo posto, miglior risultato nella storia del calcio biancorosso); ma questo pur breve periodo di tempo è bastato per farlo entrare di diritto tra le leggende di casa nostra, anche perché, così come tanti altri atleti giunti nella nostra città da ogni parte d’Italia, Pietruzzu decise di sposare Varese e di rimanerci per tutta la vita, mettendo su famiglia, convolando a nozze con Anna che gli diede due figli.

La leggenda narra che Anastasi, classe 1948, sia giunto in biancorosso per una serie di eventi fortuiti. Si racconta infatti che il direttore sportivo Alfredo Casati, a Catania per la partita di campionato del Varese, al momento del rientro dall’aeroporto di Fontanarossa, con un gesto di cortesia abbia ceduto il suo posto in aereo a una signora incinta. Rimasto a Catania, il giorno seguente andò ad assistere alla partita della Massiminiana, squadra di serie D nella quale giocava Anastasi. Detto e fatto, a fine gara Casati, impressionato dal giovane attaccante, si accordò con i dirigenti del club siciliano per il suo trasferimento al Varese.

Un’altra versione, un po’ meno favolistica, sostiene invece che Alfredo Casati fu invitato da Italo Allodi, direttore sportivo dell’Inter e suo grande amico, a osservare o addirittura a ingaggiare Anastasi, con la possibilità di un futuro passaggio all’Inter (se le promesse fossero state mantenute).

Sappiamo che il sodalizio tra Allodi e l’Inter si esaurì al termine della presidenza di Angelo Moratti, nel maggio 1968, e forse anche questo evento impedì che il “progetto Anastasi” conducesse Pietro in maglia nerazzurra. In compenso, fu Gianni Agnelli a stringere un accordo con Giovanni Borghi per portare Anastasi alla Juventus per una cifra all’epoca astronomica: oltre 600 milioni di lire; e nell’affare entrò anche una fornitura di compressori prodotti dalla Fiat per i frigoriferi Ignis, a dimostrazione del pragmatismo e del senso degli affari di quei due pilastri dell’imprenditoria italiana.

Pietro Anastasi, che se n’è andato il 17 gennaio 2020, ha vinto in carriera tre scudetti, tutti con la Juventus, dei cui tifosi è stato beniamino assoluto, ha disputato in serie A 338 partite segnando 105 gol ed è stato campione d’Europa nel 1968 con la Nazionale italiana.

Gabriele Andena, milanese di nascita, classe 1947, si segnalò nel settore giovanile della Gallaratese che lo lanciò in serie D e giunse al Varese, che ai giovani già prestava grande attenzione, nell’estate del 1968. L’esordio in serie A avvenne l’anno successivo, il 4 maggio, a San Siro contro il Milan. In maglia biancorossa Andena ha disputato 96 partite di campionato per poi passare all’Atalanta, nell’estate del 1974, dove rimase sino al 1979, anno del suo ritiro dall’attività agonistica. Giustamente Lele si vantava di non essere mai stato espulso in carriera e, addirittura, di non essere mai stato neppure ammonito nelle partite disputate in serie A, cosa che per un difensore, duro ma evidentemente sempre corretto, vale una medaglia appuntata al petto e che fornisce anche la sua nitida idea di calcio.

Una volta appese le scarpette al chiodo, Andena, che risiedeva a Galliate Lombardo, aveva allenato qualche squadra a livello giovanile ma era rimasto nell’ambiente del calcio soprattutto come rappresentante di Limonta, azienda che realizza manti erbosi sintetici utilizzati in moltissime località della nostra provincia.

Solo due giorni prima della scomparsa, avvenuta per un malore durante una partita a tennis, sport che amava e praticava tantissimo, Lele aveva partecipato alla cerimonia voluta dal Comune di Varese in onore di Pietro Anastasi e alla quale avevano preso parte molti dei protagonisti di quel grande Varese oggi lontanissimo anche nella memoria.