Attualità

VENDETTA, NON GIUSTIZIA

ROBERTO CECCHI - 30/10/2026

Ha il sapore acre della vendetta e non quello della giustizia l’idea di mettere al muro un condannato a morte, pluriassassino, e trasmettere l’evento in streaming. Quello di Nidal Hasan, ex maggiore dell’esercito statunitense, condannato per l’omicidio di tredici persone, quasi tutte suoi commilitoni, a Fort Hood, nel 2009. È vero, come è già stato scritto, anche su RMFonline, che poi l’amministrazione americana ci ha ripensato. Che il suo presidente ha fatto marcia indietro, ritirando la mano e il sasso, quando le polemiche che l’annuncio ha suscitato son diventate insostenibili, non solo per l’opinione pubblica ma anche per le istituzioni, per i vescovi USA, che hanno parlato apertamente di “promozione di cultura della morte”.

Ma il vulnus rimane ed è l’obbrobrio di aver provato a giocare davvero sporco con la pelle di un uomo che sarà colpevole quanto si vuole – e lo è sicuramente – ma non merita, come nessun altro al mondo, che il suo supplizio sia oggetto di curiosità e scherno o di vendetta, di rivalsa muscolare per stigmatizzare in maniera teatrale il torto fatto ad altri. Non è il caso di dare lezioni a nessuno, però per governare e, soprattutto, per amministrare la giustizia qualcosa bisognerebbe averla letta, tanto più se si è a capo della più grande potenza del mondo – non è il caso di parlare della “più grande democrazia”, perché la sensazione è che non lo sia proprio più. Bisogna almeno avere la percezione che il mondo si è evoluto, che non c’è più la legge del taglione, quando l’iniziativa della persecuzione, per riparare al torto subito, era lasciata alla stessa vittima e ai suoi familiari. Si deve aver aperto almeno un libro per apprendere che da tempo immemorabile l’iniziativa del singolo è stata sostituita da una reazione sociale. Che deve essere rigorosa, ma non spietata. Insomma, l’assolvimento di una funzione tragica ma non un evento da rodeo.

Son passati addirittura più di due millenni da quando il diritto romano arcaico ha cominciato ad avere questa consapevolezza, traendone le conseguenze. Di quella stagione, che più lontana di così non potrebbe essere, sono rimasti i residui, se così si può dire, che ancora troviamo negli anfratti del lessico. Tracce del primitivo regime della vendetta privata si trovano nella parola “pena”, poena, che “rispecchia il termine greco poinē, il cui significato originario è di «pagamento del prezzo del sangue»”. E anche il termine multa ha quelle lontane origini e significa, con minor drammaticità, la compensazione di un torto con la cessione di bestiame.

Non è il caso di addentrarsi ulteriormente. Non è il caso di insistere. Ma francamente, invece di impegnarsi a fargli capire che lui, col Nobel, non c’entra proprio niente, gli regalerei volentieri un libro. Un libretto, per la verità. Anche di questo è già stato detto abbastanza nelle settimane scorse, perché leggendo di questa vicenda viene subito alla mente lo scritto di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene. Non è stato pubblicato ieri, ma nel 1764 dallo stampatore Coltellini di Livorno, venticinque anni prima della Rivoluzione Francese. In un passaggio verso la fine si dice “Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto più funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio” (XXVIII, Della pena di morte). Glielo farò arrivare per posta celere.