Società

SORELLA IN AFFITTO

GIOIA GENTILE - 30/10/2026

Provate a immaginare una persona che, seduta in un corridoio, parla con una porta chiusa, sapendo che dietro c’è qualcuno che non risponde. Per giorni, settimane, mesi. È un altro dei racconti sul Giappone che mi hanno colpito, oltre a quello dell’inchino al treno, di cui ho scritto qui qualche tempo fa.

Secondo un’indagine del governo pubblicata nel 2023, in Giappone erano quasi un milione e mezzo le persone che vivevano chiuse in casa, addirittura in una stanza, per mesi, a volte anni. Non sono solo ragazzi. Alcuni sono adulti chiusi in camera da vent’anni e ancora accuditi da genitori ottantenni. Escono dalla loro stanza solo di notte, per mangiare. I familiari lasciano vassoi col cibo davanti alla loro porta. Li chiamano hikikomori, da un verbo che significa “ritirarsi”, “chiudersi dentro”, e sono, evidentemente, un problema sociale.

Negli anni Novanta, in una località vicina a Tokyo, un’associazione prende un’iniziativa che può sembrare inefficace: quando una famiglia chiede aiuto, non le manda un medico, ma una persona giovane, gentile, disposta a parlare con il “recluso” senza aspettarsi niente. La chiamano “sorella maggiore in affitto” – ma ci sono anche “fratelli”.

All’inizio scrive lettere – una a settimana – in cui parla di sé, racconta chi è, che cosa ha fatto quel giorno, tutto ciò che riguarda la propria vita. Infila la lettera sotto la porta o la consegna ai familiari. E se ne va. Così per settimane. Poi comincia a sedersi in corridoio dietro la porta chiusa e continua a parlare di sé, senza chiedere niente, senza sollecitare una risposta, finché la porta non si socchiude. In quel momento comincia la parte difficile: riuscire a portare la persona fuori di casa, prima solo al supermercato all’angolo, poi per una passeggiata, infine anche per una giornata intera. È un lavoro che richiede dolcezza, sensibilità, comprensione e, soprattutto, una pazienza infinita che forse solo i giapponesi sono in grado di avere. Nessuno grida, minaccia, sfonda la porta. Chi sta fuori fa sapere che c’è ancora un mondo e che non è ostile.

Sembra una trovata bizzarra, eppure, se ci pensiamo, a ognuno di noi è capitato di chiudersi in una stanza, una o più volte nella vita. Una stanza non fisica ma metaforica: un periodo buio, un lutto, un problema che sembra impossibile da risolvere. Se ne siamo usciti non è stato grazie a coloro che ci hanno sollecitato, incoraggiato, benevolmente rimproverato, ma a quei pochi amici che ci hanno fatto capire con i gesti che non eravamo soli. Mi ritornano spesso in mente le parole di un’amica durante un periodo per me particolarmente doloroso: “Vieni stasera a mangiare una minestra con noi”. A mangiare una minestra. Era accoglienza, era calore, era la sorella maggiore seduta in corridoio.