Il racconto

RISPOSTE ATTESE

MAURO DELLA PORTA RAFFO - 30/10/2026

Ricordando che ogni trattazione, quando terminata, non è conclusa e che il punto fermo è proprio della scrittura, non del pensiero.

Capita di incontrare quel tipo di psicologo che conduce gli incontri di gruppo facendo domande. Ascolto. E ogni volta verifico la stessa cosa. Le risposte cercano invariabilmente di soddisfare quelle che i partecipanti ritengono essere le attese. Attese di chi conduce. Degli altri presenti. Dell’ambiente nel quale ci si trova. Prima ancora di chiedersi “Che cosa penso?”, sembrano domandarsi: “Che cosa devo dire?”.

Quel “devo” merita attenzione. Nessuno ha impartito un ordine. Non ce n’è bisogno. Bastano un tono, un cenno di approvazione, la risposta appena data dal vicino, l’idea che ciascuno si è fatto delle convinzioni di chi pone le domande. Individuata la direzione, si adeguano. Non necessariamente mentendo in modo deliberato. La faccenda è più sottile: una persona può essere talmente abituata a cercare la risposta appropriata da scambiarla per la propria.

Del resto, esporsi comporta un rischio. Dire quanto davvero si pensa può significare essere disapprovati, dover spiegare, sostenere un contrasto. Pronunciare ciò che sembra atteso permette invece di essere accolti. Un sorriso. Un assenso. Si passa al prossimo.

Per quanto mi riguarda, non mi comporto mai così. Dico quello che penso. Che corrisponda o meno alle attese di chi domanda e di chi ascolta non è un criterio al quale adeguare la risposta. Non intervengo per ottenere un cenno di approvazione. Se arriva, bene. Se non arriva, il mio pensiero rimane quello. È anche questa mia disposizione a rendermi tanto evidente il comportamento che osservo negli altri. Mentre io considero la domanda e cerco la mia risposta, loro sembrano considerare l’interlocutore e cercare la sua.

Il problema, per chi conduce, nasce quando prende quelle dichiarazioni come la rivelazione di ciò che i partecipanti sono. Potrebbero essere, almeno in parte, la rivelazione di quanto hanno capito di dover sembrare. Crede di avere fatto emergere un pensiero. Ha forse ottenuto una prestazione. E se approva proprio le risposte che corrispondono alle sue aspettative, il circuito si chiude. I partecipanti imparano che cosa dire. Chi domanda trova conferma di ciò che si aspettava. Tutti possono andarsene soddisfatti. Quanto alla verità, può essere rimasta fuori dalla porta.

La narrazione prevale anche così, quando il desiderio di essere accettati prende il posto della libertà di rispondere. Ascolto, dunque. Riconosco il tentativo di compiacere. E mi domando che cosa direbbero quelle stesse persone se non avessero nessuno da accontentare.