Il Comune di Varese scopre, attraverso un sondaggio commissionato dalla stessa amministrazione, che soltanto il 28% dei cittadini sa che alcune importanti opere pubbliche sono finanziate dal PNRR. Un risultato che dovrebbe innanzitutto indurre a una seria autocritica sul rapporto instaurato in questi anni tra amministrazione comunale e cittadinanza.
La risposta della Giunta è invece quella di predisporre un piano di comunicazione, affidato a una società specializzata, per illustrare quanto realizzato, valorizzare i risultati e far conoscere il ruolo dei finanziamenti europei.
L’opposizione denuncia il rischio di propaganda elettorale finanziata con denaro pubblico. La maggioranza rivendica il dovere istituzionale di informare i cittadini. Entrambe le posizioni affrontano però soltanto una parte del problema.
La domanda fondamentale è un’altra: perché i cittadini vengono coinvolti soprattutto quando le decisioni sono già state prese e le opere sono in fase di realizzazione o addirittura concluse?
Quel 28% non dimostra necessariamente una contrarietà alle opere, ma rivela una distanza preoccupante tra amministratori e amministrati. Una distanza che non si colma semplicemente moltiplicando video, interviste e apparizioni pubbliche del sindaco e degli assessori.
Il PNRR ha rappresentato un’occasione straordinaria, non soltanto per ottenere finanziamenti, ma per ripensare il futuro della città attraverso il contributo delle sue componenti sociali, culturali, economiche e associative.
Quante occasioni sono state effettivamente offerte ai cittadini e alle organizzazioni del Terzo settore per discutere preventivamente le priorità? Quanto hanno potuto incidere nella scelta degli interventi? Quali proposte alternative sono state ascoltate e valutate?
La nostra esperienza associativa, con Amici della Terra Varese, ci porta a rilevare quanto sia stato difficile instaurare un dialogo continuativo con le istituzioni, anche quando sono state avanzate proposte concrete nell’interesse della collettività.
Naturalmente l’amministrazione eletta ha piena legittimità a decidere. Ma la legittimazione elettorale non dovrebbe esaurire il rapporto democratico per l’intera durata del mandato. Il consenso non può essere considerato un patrimonio acquisito una volta per tutte.
Proprio per questo sorprende che si investano risorse per spiegare oggi decisioni sulle quali sarebbe stato opportuno promuovere ieri un confronto pubblico.
La legge 150 del 2000 riconosce giustamente l’importanza della comunicazione istituzionale. Ma informare non significa necessariamente coinvolgere. E soprattutto la comunicazione successiva non può sostituire la partecipazione preventiva.
Non sappiamo se il piano predisposto dal Comune abbia finalità elettorali: una simile accusa richiede elementi concreti. È invece legittimo chiedersi se questa iniziativa non rappresenti il tentativo tardivo di recuperare un consenso che non si è cercato abbastanza attraverso il dialogo.
La questione riguarda anche il nuovo Piano di Governo del Territorio, adottato a settembre e non ancora approvato in via definitiva, per il quale abbiamo ripetutamente sollecitato forme permanenti di partecipazione della società civile, capaci di andare oltre gli adempimenti formali.
Varese non ha bisogno soltanto di conoscere meglio ciò che il Comune ha deciso di realizzare. Ha bisogno di poter contribuire a decidere ciò che sarà realizzato.
Se questa esperienza servisse finalmente a comprendere tale differenza, anche il controverso sondaggio sul PNRR avrebbe prodotto un risultato utile. Altrimenti resterà il paradosso di un’amministrazione che, dopo aver deciso, spende ulteriori risorse pubbliche per convincere i cittadini della bontà delle proprie decisioni.