S’intitola “Un viaggio”, è pubblicato dall’autore su Amazon (https://www.amazon.it/viaggio-Mario-Visco/dp/B0HDLJD376). È l’ultimo libro di Mario Visco, giornalista, autore di racconti, poesie, saggi e testi musicali, di cui compone anche la musica. Trama semplice. Un uomo sale su un treno diretto nel Sud della Francia. Porta con sé il trolley nuovo, un telefonino spesso silenziato ma sensibile come una pellicola agli indizi della vita che scorre, un dolore fisico ostinato. E una storia d’amore che non ha ancora smesso di interrogarlo. Poi arrivano la luce, il vento e le cicale. Le città smettono di essere luoghi da visitare. Cominciano a guardare chi le attraversa. La strada diventa ascolto. Il silenzio, una forma di risposta. “Un viaggio” è diario intimo e ironico sul dolore, sulla meraviglia e su ciò che resta dell’amore quando rinuncia a essere possesso. Il racconto di una partenza che, quasi senza farsene accorgere, cambia direzione. E diventa un ritorno.
Ne proponiamo il capitolo intitolato “Piccoli miracoli”.
Entrai.
Il calcare tratteneva la luce invece di rifletterla.
Ogni pietra aveva imparato il proprio mestiere un millennio prima.
Continuava a svolgerlo senza alcuna vanità.
Fontfroide era lì dal 1093.
Benedettina prima, cistercense poi.
Anche le pietre, a volte, cambiano regola senza cambiare vocazione.
Mi piace pensare che i monasteri siano così.
Non luoghi costruiti per avvicinarsi a Dio.
Ma luoghi costruiti per non distrarsi dalla meraviglia.
Camminavo piano.
Non perché fosse un’abbazia.
Perché quello era il passo della preghiera in movimento.
Nessun cartello.
Nessun divieto.
Nessun monaco: tutti traslocati dal 1901.
Nessun custode pronto a ricordarmi come comportarmi.
Era sufficiente il silenzio.
Il silenzio è il guardiano più autorevole che conosca.
Non ordina.
Invita.
Attraversai il chiostro.
L’ombra e la luce continuavano a rincorrersi tra le colonne.
Mi venne da sorridere.
Erano secoli che giocavano allo stesso gioco.
Nessuna delle due aveva ancora dichiarato di aver vinto.
Nessuna delle due s’era arresa all’altra.
I migliori non vincono.
Continuano.
Anche Fontfroide aveva continuato.
Nel 1908 Gustave Fayet e sua moglie Madeleine l’avevano acquistata.
Rischiava di andare dispersa.
Sì, si dice acquistata.
A volte sarebbe più giusto dire salvata.
Fayet era pittore, collezionista, mecenate.
Soprattutto aveva saputo vedere ciò che ancora poteva essere dentro ciò che restava.
Forse salvare significa proprio questo: riconoscere una vita prima che torni visibile.
A Fontfroide può anche accadere un piccolo risveglio.
Come accade il vento.
Come accade la luce.
Le colonne non sostenevano soltanto il tetto.
Sembravano sorreggere il tempo.
Fu lì che la mia petite recherche finì.
Un piccolo miracolo?
Mi tengo la domanda con un accenno di risposta.
Non cercavo più.
Guardavo.
Ero rimasto lì.
Disponibile.
È una parola bellissima, disponibile.
Significa essere pronti a lasciarsi trovare.
La chiesa mi si aprì di fronte in quell’istante.
Entrai come si entra in una casa amica chiedendo permesso.
Ma in silenzio.
Era stata innalzata nel XII secolo e dedicata a Maria.
Non pensai né al secolo né alla Storia.
Pensai solo a Maria.
Non c’era nessuno.
Tirai fuori il telefonino.
Per un attimo mi sembrò un oggetto fuori posto.
Indiscreto tra quelle pietre antiche.
Poi sfiorai lo schermo.
Dalle piccole casse cominciò a uscire la mia Ave Maria in francese.
L’avevo scritta e fatta realizzare per coro femminile.
Era dedicata a due uomini.
Due padri: il mio e quello di Lei.
Si somigliavano come gocce d’acqua di diversi temporali.
Ora il suo sembrava in cammino per raggiungere il mio in un’altra Oltralpe.
Quella disegnata sulla verticale fra Terra e Cielo.
Le voci salirono piano.
Trovarono le navate, sfiorarono le volte, sciolsero gli angoli rimasti in attesa.
Rimasi fermo.
Non stavo facendo ascoltare una canzone.
La stavo restituendo.
A Maria.
A una lingua.
A un luogo.
A un significato che sin lì non avevo compreso del tutto.
Forse anche a quel silenzio che, per qualche minuto, aveva accettato di diventare voce.
Recitai quella preghiera mentre si srotolava in perfetta solitudine corale.
Paradossi tecnologici.
Piansi.
Mi rialzai come un monello che una volta tanto aveva azzeccato la scelta giusta.
Avvertii l’ombra uscire dai suoi secolari anfratti e farsi carezza di madre.
Fu così che ricevetti il mio secondo, personalissimo miracolo.
M’incamminai leggero verso l’impennata degli orti.
Lì la meraviglia è un edificio senza pareti né soffitto.
Firmato dal solo architetto che non ha mai avuto bisogno di firmarsi.
(Un viaggio è disponibile su https://www.amazon.it/viaggio-Mario-Visco/dp/B0HDLJD376)