Si deve a Francesca Boldrini (e al raffinato editore Aragno) la pubblicazione di Carissima Italia che stai scomparendo, titolo che ricalca il celebre, indimenticabile lavoro L’Italia finisce, ecco quel che resta, di Giuseppe Prezzolini, pubblicato a New York per la prima volta nel ’48, in lingua inglese.
Si tratta di un’interessante e ampia raccolta di scritti di Piero Chiara, di anni lontani (dal 3 agosto 1932 all’8 dicembre 1985), pubblicati su importanti giornali, quotidiani, riviste, e, in parte, non più riproposti di recente. Dove compare una vena meno nota ai suoi lettori, se non del tutto inesplorata. Lo evidenzia anche la precisa ed esaustiva presentazione di Michele Brambilla, che ne segnala la veste chiariana dai più ignorata: quella di difensore ante litteram della natura e del nostro pianeta. Quasi una seconda pelle, profondamente lirica e meditativa, di scrittore peraltro più noto come amusant conteur della provincia lacustre.
Boldrini, una vita da studiosa, scrittrice e archivista appassionata, ha dunque riportato alla luce preziosi contributi di un Chiara ancora poco conosciuto, prima che la fama conquistata con Il piatto piange, pubblicato da Arnoldo Mondadori nel ’62, lo consacrasse tra gli scrittori d’alto rango.
Era finalmente diventato, quell’anno e con quel libro, riconosciuto narratore della sua amata provincia: un piccolo mondo, ma di sconfinata fantasia. Qui aveva visto la luce nel 1913 il piccolo Pierino, figlio del doganiere risalito dal Sud dello stivale, il monello svogliato innamorato – più che della scuola, che invece non sapeva condividerne le fantasie – del ‘caleidoscopico’ mercato verbanese caro agli svizzeri. E degli ombrosi viali, delle belle chiese care ai compaesani: quella della Madonna del Carmine, dove in anni più vicini la consorte Mimma Buzzetti farà restaurare il vecchio e prezioso organo in memoria di Piero, poco tempo dopo la morte, avvenuta nel dicembre ’86.
Da quel primo romanzo degli anni Sessanta in poi, sarebbe stato per l’autore un crescendo di altri romanzi e opere e scritti, e interventi richiesti da ogni dove.
Ma il tanto lavoro pregresso appare invece decisamente ignorato, o dimenticato dai più.
Merito dunque a Boldrini perché offre la possibilità di leggere intriganti e dotti interventi. Pubblicati sul Corriere, su Epoca, sulla rivista del Touring, sulla Prealpina, sul Corriere del Ticino e altri giornali ancora. Preziosi saggi che consentono ai lettori di riflettere attorno all’eccelsa qualità di scrittura di un autore ancora giovane e quasi sconosciuto. Eppure già evidente portatore di una cultura solida e ampia, di una visione cosmopolita derivatagli, più che da qualche viaggio, soprattutto dalla conoscenza ravvicinata della terra nella quale aveva mosso i suoi primi passi, lasciandovi un’indelebile impronta: l’antica Luvino. Che lo accomuna al suo grande amico Vittorio Sereni, ineguagliabile poeta del Lago Maggiore. Mirabile incontro tra due anime diverse, eppure tanto vicine, oltre che per nascita, per poetica e interessi culturali.
Questo gli permette di cogliere, accanto al fascino della bellezza e dell’incantesimo lacustre, anche le novità, rischi compresi, di un mondo che cammina, e quindi anche viaggia, sempre più.
È del 10 maggio 1957 un suo scritto intitolato “Il turismo sociale e la motorizzazione”. Dove già coglie, e la memoria corre a un altro grande scrittore, Guido Morselli, i segni premonitori di “un fenomeno che si estende e al quale deve essere dedicato il più vivo interessamento, anche perché è l’espressione meno ingrata della nuova realtà sociale e nasconde forse la speranza di un miglioramento dei rapporti umani”. Ma non si nasconde, nella lungimirante visione che gli scrittori sanno individuare per primi, che “un turismo di massa tende a prendere sempre maggiore importanza (…). A conferma vi è una ragione di ordine psicologico: il turista di oggi non è un riflessivo ma un uomo incalzato da un ritmo esasperato di vita, e che tende a guardare e fuggir via, trovando forse più nel semplice andare, o nel farsi portare velocemente, il riposo e la divagazione”.
Tanti i temi trattati, tesi alla difesa del patrimonio artistico e paesaggistico, oggi più che mai attuali, raccolti in questo prezioso volume, da affiancare senza dubbio sugli scaffali di casa ai libri del nostro scrittore. Ma si legga assolutamente lo scritto “Un altro paesaggio”: li racchiude tutti in quel sentimentale, intimo abbraccio che solo i poeti conoscono e che lui dedica a un suo trascorso paesaggio urbano. Quasi un racconto ‘lieve’ e garbato all’apparenza, perché frutto di un ricordo. Quello di un mondo ormai scomparso, accompagnato un tempo, anzi abitato quotidianamente, dal fischio del tram e dal suo sferragliare. Il tram attraversava ogni giorno la città di Varese, dalle sette del mattino fino alle nove di sera, passando sotto le finestre della casa in cui lo scrittore abitò per diversi anni. Nel 1955 quel tram fu soppresso e la sua voce morì per sempre.
Solo l’illusione di risentirlo può, per Chiara, richiamare ancora la voglia di quell’andare.
E una domanda: “Se il tempo è proprio passato, se qualcosa muore davvero in noi e fuori di noi anche nelle minime apparenze: nel cadere di un’abitudine, nello smarrirsi di un ricordo nel momento inavvertibile in cui un vecchio tram scompare per sempre portandosi via un aspetto del mondo e di noi stessi…”.
Quell’antico mondo Chiara se lo teneva stretto fin da giovane uomo, nel pieno rispetto della natura, dell’arte, della bellezza, della storia e del progresso, del gioco e della politica, della poesia e della musica. Tutti argomenti portati all’attenzione dei lettori in queste pagine di alta letteratura, un omaggio al quarantennale della scomparsa dello scrittore, fra due mesi, l’ultimo giorno dell’anno.
Piero Chiara
Carissima Italia che stai scomparendo, a cura di Francesca Boldrini
Introduzione di Michele Brambilla
Contributi di Giuseppe Battarino e Tiziana Zanetti
Nino Aragno editore, pagine 248