Udite sciocchezze varie, Giorgia avvisa i sodali: la data del voto ’27 dipende dal verdetto della Consulta sulla nuova legge elettorale. Arrivasse nel calendario giusto, alle urne in primavera e poche storie. Le storie originano da Salvini e Tajani, contrari all’anticipo sulla scadenza naturale (settembre). Han la necessità di prendere tempo per consolidarsi. E se fosse il contrario? Se tirarla in lungo equivalesse quasi a tirare le cuoia, nel senso che entrambi i partiti ci potrebbero rimettere qualcosa, un bel po’, tanto/parecchio? È quel che pensa Meloni pro domo sua: andare troppo in là significa logorarsi fino allo stremo. Con danno di Fratelli d’Italia, oltre che dei partner. Sinceramente: la capite, amici miei e non de la ventura? Capiscono zero, al momento.
Eppure il governo naviga tra marosi economici-finanziari-sociali. Tira una brutta aria, affatto mitigata dal tepore che il securitarismo è chiamato a portare nella sensibilità degl’italiani. Tutti contenti quando l’ordine prevale a favore della vivibilità, tuttavia se il prezzo libertario da pagare risulta da inflazione, c’è il rischio di raffreddori politici. GM si preoccupa di questi potenziali starnuti. Soffia di qua, soffia di là e finisci, puoi finire, per essere soffiato via dal popolo sul quale hai esercitato una mala influenza (a proposito).
Dunque impasse, caos, timori nella disarticolazione della destra. Idem nel cosmico impaciugarsi della sinistra. La s’immaginerebbe pronta a sfruttare le debolezze avversarie. Scherziamo? Persiste nelle debolezze sue. Nessun programma, nessun leader. Cosa mettere fra le priorità nel caso di successo? Dai, sfornate una mini-lista. Macché. Quali partiti mettere nel Campo largo davvero, evitandone il volgersi in campo di patate? Dai, presentateci il mega-elenco. Macché. Chi mettere nel ruolo di candidato alla presidenza del Consiglio? Dai, tirate fuori un nome senza tirarvi addosso la sciagura delle primarie. Macché.
Eppure quanto accade nel resto del mondo suggerirebbe -a sinistra, a destra- idee chiare, senso pratico, visione politica anziché propagandismo di bottega. In Brasile l’ottantunenne Luiz Inácio Lula ribalta a sorpresa l’inverecondo Flavio Bolsonaro, in Serbia l’avanzata studentesca manda a casa l’ex primo ministro e presidente del Paese Aleksandar Vučić, in Israele Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot sostanzialmente pareggiano e prolungano l’incertezza apparendo impraticabile l’accordo trasversale. Segnali di rivolgimenti, inquietudini, foschie sul domani e sul dopodomani. Che si aggiungono a nebbie/fiamme/tossicità materiali-morali delle guerre in corso. Dunque, preso atto del magmatico ribollire fuori confine, ecco l’auspicio italiano: senso dello Stato, confronto civile, salvaguardia dei fondamentali repubblicani eccetera. Confidando nella prevalenza del realismo guttusiano: spes contra spem. Crederci oltre il credibile. Ma chi ci crede?