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Storia

CON BERGOGLIO PRIMA DI LUI

MASSIMO LODI - 05/04/2013

Che si debba guardare alle periferie – soprattutto alle periferie – i cattolici varesini l’han sempre saputo. Condiviso. Tradotto nella pratica. Periferie intese come confini della società e dell’uomo, margini dell’esistere, perimetro della quotidianità più sacrificata. Perciò si ritrovano benissimo nel monito che il nuovo Papa va ripetendo dai primi giorni della sua missione pastorale. Ci si ritrovano e, per così dire, possono mostrare le pezze giustificative della loro storica attenzione a fragilità, debolezze, esclusioni.

Curiosamente corre in questi giorni il centenario della chiusura del giornale “Il Varesino” (5 aprile 1913), periodico che aveva preso il posto dell'”Idea del popolo”, e che sarà l’anticipatore del “Luce” fondato da don Carlo Rudoni e passato quindi nelle mani di monsignor Carlo Sonzini. Proprio perché anima ispiratrice d’un successivo foglio destinato a lunga vita e meritato onore, “Il Varesino” ha sempre occupato uno spazio importante nella piccola storia del giornalismo locale. Non si limitò infatti, ricevuta la benevolenza del cardinal Ferrari che ne apprezzò la nascita, a tutelare gl’interessi dei cattolici nella società civile; si spinse oltre, e si dedicò a battaglie appassionate di nessun altro segno che fosse quello del rispetto della dignità dell’uomo. Sempre e comunque. Esattamente la dignità sulla quale insiste Bergoglio, spronando i fedeli a tutelarla, a promuoverla laddove non esercitata, a farne lo scopo etico prima che religioso d’un corretto vivere comunitario.

Piero Bernasconi, direttore del “Varesino”, definì alto e grandioso un simile obiettivo. Ci sono princìpi immutabili di moralità, di giustizia e di libertà, scrisse, ai quali non bisogna derogare mai. Senz’avere la paura che tendere a un così radicale impegno possa muovere l’accusa di contiguità con impostazioni ideologico-politiche per altri versi confliggenti col pensiero cattolico. E avendo invece presente che, così comportandosi, si allerta una sorta di benefica concorrenzialità sul versante della questione sociale, con l’esito d’assicurare un aiuto concreto a chi lo invoca.

Andare incontro alla gente, insiste Francesco dal soglio pontificio. Uscire dalla Chiesa, invece che rinchiudervisi. Scendere in strada, conoscere le persone, comunicare. Proprio quello di cui si era persuasi qui, tra di noi, all’epoca d’un altro e più conservatore (inevitabilmente assai più conservatore) successore di Pietro, Papa Pio X che peraltro dispose d’attenuare il “non expedit” consentendo la partecipazione dei cattolici alla vita politica.

Comunicare, dunque: anche (soprattutto) attraverso gli strumenti dell’informazione, come fu nella sua epoca “Il Varesino”. Leggiamo ancora il direttore: “Bisogna battersi per il trionfo della fede e per il bene materiale e morale specialmente della classe operaia, alla quale in particolare modo ci si deve rivolgere per additarle la via tramite la quale realizzare le sue giuste aspirazioni, insieme ai suoi obblighi e ai suoi doveri”. Una linea editoriale precisa. Un’interpretazione del cristianesimo chiara. Uno slancio ideale generoso. Infine, se vogliamo, un realismo esemplare, quello che da due millenni sostiene la spiritualità della Chiesa, con gli strumenti di volta in volta necessari. Compresi quelli dell’informazione.

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