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Cultura

LETTERE DAL GRAND HOTEL

SERGIO REDAELLI - 28/03/2014

Attesa in trincea

È una storia vera: la Grande Guerra, un plico di lettere che emergono dal passato, il drammatico rapporto tra un padre e il figlio soldato sul Carso e a fare da sfondo il Grand Hotel Tre Croci al Campo dei Fiori di Varese. Una vicenda troppo bella per non essere raccontata; e a raccontarla ci ha pensato Maria Aletti, milanese, studente al liceo Parini di Milano ai tempi della Zanzara, laureata in lettere alla Statale di Milano e in sociologia a Trento, insegnante in pensione con la passione per la scrittura: un sogno che ha potuto realizzare quando è venuta in possesso dell’insolita corrispondenza.

Così è nato il romanzo “Disegno di memoria” (Guardamagna Editore, Varzi, Pavia), un’elegante edizione di 149 pagine a tiratura limitata che si può acquistare dallo stampatore. L’autrice, Maria Aletti, ispirata sulla pagina come con la macchina fotografica, ha realizzato anche l’immagine di copertina, romantica e retrò. Raffigura un paio d’occhiali appoggiati su un’ingiallita carta da lettera intestata.

Tutto parte, come si diceva, dal ritrovamento di un carteggio epistolare tra padre e figlio che arriva nelle mani dell’autrice in modo non del tutto casuale: “I miei zii – spiega – abitavano nella Villa Spartivento a Biumo Superiore e quando andavo a trovarli da bambina conobbi una loro amica, Terry, figlia di Alberto Morazzoni che diresse il Grand Hotel Tre Croci negli anni della prima guerra mondiale. Lei era piccolina, ben pettinata e portava al collo bellissime collane. Giocavano a canasta ogni pomeriggio. La sua figura evocava la fastosa e festosa vita mondana del periodo Liberty. Il padre proveniva da una dinastia d’albergatori e prima di arrivare al Grand Hotel del Campo dei Fiori aveva lavorato a Neuchatel, il fratello gestiva un albergo a Stresa, un terzo dirigeva una struttura a Brindisi e un altro morì in guerra”.

“Terry, Maria Teresa, lasciò agli zii una scatola di effetti personali che ricostruisce la storia della famiglia: dentro c’erano carte veline di tutti i colori, con cui creava rose per i suoi bellissimi centrotavola e un raccoglitore di plastica verde con le lettere ben ordinate che la recluta Vittorio Morazzoni, suo fratello, scrisse al padre dal fronte; e altre lettere che il padre indirizzò al vescovo di Milano e poi al re Vittorio Emanuele III a partire dal 2 gennaio 1918 chiedendo notizie del figlio che da quel giorno aveva interrotto ogni comunicazione. Il ragazzo era morto, da eroe, a soli vent’anni. Disegnava bene e il comandante lo aveva incaricato di fare i rilievi topografici delle linee nemiche. Si era spinto troppo vicino, era rimasto gravemente ferito e di lui si trovò solo una traccia di sangue, la mattina dopo. I commilitoni recuperarono lo zaino con gli effetti personali tra cui una quarantina di lettere e le recapitarono al padre”.

Maria Aletti si è documentata visitando il grande albergo del Campo dei Fiori e leggendo libri sulla Grande Guerra, consultando i giornali dell’epoca alla biblioteca Sormani e scartabellando documenti all’Archivio Storico di Varese. Nel romanzo si respira un’atmosfera decadente, come i tratti dell’architettura Liberty in cui la vicenda è ambientata. L’organizzazione del racconto è letteraria, il romanzo comunica un senso di rassegnato arrendersi al destino e alla brutalità della guerra: “È vero – conferma l’autrice –, le lettere rivelano un ragazzo sensibile e malinconico, addirittura debole agli occhi del padre imprenditore. Amava dipingere acquerelli e caricature e scattare fotografie. Visse al fronte una crescente disillusione e andò rassegnato incontro al proprio destino”. Efficaci sono la descrizione delle atmosfere altoborghesi fin-de-siècle, la precisione evocativa degli oggetti domestici e i caratteri dei personaggi.

“Scrivere una pagina che faccia balenare un mondo così lontano ti obbliga a vedere la scena, a immaginare un contesto – spiega l’autrice –, gli interni domestici mi hanno sempre affascinato, sono laureata a Trento con una tesi sulla filosofia degli interni abitati. Riflettono il modo in cui ognuno vive nel proprio guscio, ricco o povero, aristocratico o popolare. Ho imparato dai miei genitori ad amare la casa e in famiglia siamo tutti un po’ introversi. Per questo ho descritto minuziosamente nel romanzo gli oggetti d’uso comune: la greca di piastrelle nere e amaranto, il bocchino d’ambra e avorio, i guanti di pizzo créme. Mi piace annotare le chiacchiere argute che si fanno a tavola, le macchie sulla tovaglia che conservano i ricordi di un pranzo, la memoria di persone vissute nei pezzetti d’affresco delle chiese, il macinino che polverizza i chicchi di caffè facendone un nuovo prodotto, i gusti della gente che spesso esprimono solo il disgusto per i gusti degli altri“.

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