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Cultura

LE CANCELLAZIONI DI DON LISANDER

FERNANDO COVA - 12/02/2016

Gerolamo Alfieri

Gerolamo Alfieri

Alessandro Manzoni dedica il capitolo XXV di “Gli Sposi Promessi” alla figura del Prevosto di Seveso. Questa vicenda è già presente nella “Historia Patria” di Giuseppe Ripamonti e ripresa successivamente dal biografo federiciano Francesco Rivola nella sua “Vita del Cardinal Federico Borromeo” pubblicata nel 1656.

Giovan Battista Beannio nacque a Como nel 1570, divenne sacerdote nel 1594 e nominato cappellano nella sua città, quindi per un decennio fu prevosto di Seveso.

Nel 1605 fu arrestato con dodici capi di imputazione (accuse messe in dubbio dai moderni storici) mossigli sia dagli abitanti sia dai parroci della zona. Fu condannato e soggiornò per due anni nelle carceri arcivescovili poi scontò altri cinque anni sulle triremi.

Evaso continuò la sua latitanza nella valle di san Martino nel Lecchese a cavallo tra lo stato dominato dagli spagnoli, la Lombardia, e gli stati veneziani. Il Beannio, dichiarandosi pentito, scrisse molte lettere al cardinal Federico da varie zone d’Italia: Civitavecchia, Napoli, Livorno, Genova, Mantova e infine da un convento di Morbegno, ma il cardinale mai rispose.

In una delle sue numerose visite il cardinale Federigo giunse a Lecco, ecco come Manzoni narra la vicenda: “ In una di queste gli accadde cosa che veramente non appartiene alla nostra storia, ma che può servire molto a quella dei tempi; e del resto in quattro parole ce ne sbrighiamo. Arrivò un drappello di soldati mandato al cardinale dal castellano di Lecco, per onoranza, diceva egli; e avevano ordine di accompagnarlo in tutta la visita di territorio. Federigo impose che venissero licenziati cortesemente e riportassero al castellano i suoi ringraziamenti.

“Ma essendogli risposto che senza comando espresso di questo potevano partire, inviò verso lui Girolamo Alfieri, uno de’ suo famigliari, a richiedere che il comando venisse spedito. A costui il castellano disse apertamente il vero motivo per cui aveva creduto dover mandare quella guardia al cardinale, e per cui desiderava ch’ella non fosse rifiutata. Nella valle di san Martino, poco lontano da quivi sul territorio bergamasco, viveva rifuggito un malandrino solenne, un mostro, denominato il prevosto di Seveso.

“Pare un soprannome un po’ strano; ma pur troppo non era soprannome. Costui era stato veramente prevosto della terra chiamata Seveso dal torrente di questo nome, in su la via da Milano a Como: e quivi, dalla sua casa prepositurale (che tempi, signori miei!) agguantava la notte i viaggiatori, sbucava ad assalirli, rubava, uccideva, e trasportava le spoglie in casa, i cadaveri nei sepolcri della sua chiesa! Scoperto, rinchiuso nelle carceri dell’arcivescovado, trovò modo di scapparne, e nel rifugio che abbiamo detto s’era più volte lasciato intendere di voler fare, a sua vendetta, un fatto di cui la posterità avrebbe a parlare. E s’aveva insieme sentore ch’egli studiava modo di potere avvicinarsi al cardinale. Questi, udita la relazione del suo famigliare, ordinò di nuovo, sorridendo, che i soldati partissero, e tanto persistette che fu obedito. E prosegui tranquillamente la visita, secondo il corso già stabilito”.

Come si può notare nel testo viene citato il nostro concittadino Girolamo Alfieri, del quale ho tracciato, a suo tempo, un breve profilo.

Quando Manzoni si recò in Toscana, sradicando il romanzo dall’humus ov’era nato e sviluppato, questo capitolo fu eliminato così come quattro capitoli della monaca di Monza. Varese ha dunque perso l’opportunità che un suo cittadino comparisse nell’edizione definitiva dei “Promessi Sposi”.

L’unico cenno sul Varesotto nei Promessi Sposi è la proposta formulata da padre Mosconi che ipotizza nella descrizione nel capitolo IV “Il guardiano intimò al futuro Padre Cristoforo che sarebbe andato a fare il suo noviziato a sessanta miglia lontano” che Manzoni si riferisse al convento varesino di san Bartolomeo a Casbeno demolito e ricordato ora dalla via Monastero Vecchio.

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