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Opinioni

L’EDEN URBANO CHE NON C’È

CESARE CHIERICATI - 13/05/2016

traffico1Giunto al decimo anno della sua lunga esperienza amministrativa ci sta che il sindaco di Varese Attilio Fontana difenda il suo operato ed è umanamente comprensibile che rivendichi meriti e realizzazioni. Ci sta un po’ meno che cerchi di raccontare, – e con lui un nutrito gruppo di mandolinari mediatici – nel corso della girandola di presentazioni, vernissage e inaugurazioni di fine corsa, la città come un piccolo, ordinato eden urbano. Non lo è, come peraltro non è la Geenna di biblica memoria che alcuni altrettanto strumentalmente raccontano.

È una città Varese, relativamente piccola (80 mila abitanti in tendenziale declino demografico) con una serie di problemi (alcuni gravi) cristallizzati nel tempo che le amministrazioni di centrodestra, stabilmente a Palazzo Estense da 23 anni, non hanno saputo affrontare e risolvere per porre rimedio a un trend negativo che viene da storie e scelte ancor più lontane.

Oggi la vera questione di fondo è la sua qualità urbana complessiva non certo soddisfacente. Se si esclude il centro storico, limitatamente alle aree pedonalizzate dalla Giunta Fassa e in seguito con timidezza ampliate dai suoi successori, si salva ben poco. Non gli ingressi principali da sud est (viale Belforte, viale Borri, largo Flaiano-Magenta) strangolati dal traffico, mal curati nelle pavimentazioni, privi di un decente arredo urbano; non piazza Repubblica in attesa del faraonico progetto a firma Bobo Maroni mentre è in corso di rianimazione la pericolante caserma Garibaldi con massicce immissioni di pubblico denaro; non via Medaglie d’oro canale di comunicazione con l’area delle stazioni, urbanisticamente disarticolata e abitata in pianta stabile da un avvilente degrado, sia sul versante delle Ferrovie dello Stato sia su quello delle Nord.

Andando per castellanze, rioni e quartieri ci si rende conto di quanto la città giardino abbia bisogno di cure urgenti anche in periferia. A fronte di quartieri in discreta salute urbana, anche se non privi di criticità come Bosto, Casbeno, Brunella, Masnago, S.Ambrogio, Velate, ve ne sono altri in stato di cronica trascuratezza: Giubiano, Bustecche, Valle Olona, San Fermo, Rasa, Bregazzana Bizzozero, Capolago. Giubiano è addirittura la metafora della città. Soffocata da un’incontrollata urbanizzazione che ha divorato prati e giardini, sopporta il peso di due pesanti strutture ad alta frequentazione umana e veicolare come l’Ospedale di Circolo e il Del Ponte. Quest’ultimo assurdamente potenziato per creare un polo materno infantile sulla cui realizzazione gravano pesanti interrogativi legati alla disponibilità di nuove ingenti risorse per finanziarne il completamento. Per dotarlo dei necessari parcheggi l’amministrazione Fontana pensò bene di mettere sotto sopra un parco storico, quello di Villa Augusta. Un pericolo esorcizzato per volontà di molti cittadini ma subito riproposto, secondo la stessa logica distruttiva, alla Prima Cappella le cui vicende dovrebbero essere note a tutti.

Insomma la Varese che sta per presentarsi all’esame delle urne è una città innanzitutto bisognosa di attenzione, di manutenzioni di grande qualità, di rammendi urbani – in centro e nei quartieri – capaci di suturare o quanto meno mitigare i guasti e le ferite provocate da una crescita urbana casuale e miope, subalterna alle logiche della speculazione edilizia imposta da un patto cementizio solido, duraturo, trasversale alle forze politiche ed economiche, nato negli anni ’50 allorché un Piano Regolatore scellerato consentiva indici di edificabilità che, se interamente sfruttati, avrebbero potuto trasformarla in una “megalopoli” di 700 mila abitanti.

Il peggio fu evitato con l’abbattimento delle volumetrie (1964) dall’allora assessore all’urbanistica Luigi Ambrosoli, storico di grande fama. Comunque sia si consumò in quegli anni una sorta di irreversibile rottura culturale nella società civile e nella classe politica locale. Con acuta preveggenza lo aveva capito lo scrittore Guido Morselli che in un articolo sulla Prealpina (1952) ammoniva con toni accorati a salvaguardare l’impianto a ville e giardini di Varese dopo i primi, limitati, stravolgimenti pre e post bellici.

 

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