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Il racconto

RAGAZZINO

GIOVANNA DE LUCA - 09/12/2016

200449839-003Una mattina d’autunno di molti anni fa una ragazza di ventitré anni camminava veloce su una strada alberata della sua città.

Era nervosa, perché andava a conoscere il preside della scuola dove aveva avuto l’incarico di insegnare per un anno. Si era laureata tre mesi prima, in un giorno di luminosa gioventù, che aveva liquidato le sicurezze del passato e aperto una nuova vita. Pensava, mentre camminava, che nessuno le aveva insegnato ad insegnare. Aveva, nel merito, una sola certezza: la scuola doveva essere diversa da quella che aveva conosciuto. Non sapeva cosa quel preside le avrebbe detto, come l’avrebbe accolta. Non sapeva che impressione gli avrebbe fatto. Non sapeva, soprattutto, che allievi avrebbe avuto.

L’incontro, immaginato nella fantasia come un evento, fu di una squallida normalità: niente domande, niente discorsi, bensì una veloce informazione: “Signorina, lei avrà due classi, una prima media e una terza. Guardi che la prima è costituita da ragazzini che verranno quotidianamente portati qui da un istituto vicino, dove il comune di Milano li raccoglie e mantiene avendoli sottratti a condizioni di emarginazione, povertà e violenza. Mi capisce? Dovrà fare attenzione. Ecco l’orario provvisorio. Buongiorno”.

Tornando verso casa, la ragazza esaminava la prospettiva. Intanto, a quanto ben sapeva, a ragazzi difficili vanno dati insegnanti preparati in modo specifico. Impossibile che non ci fossero docenti più esperti di lei, in quella scuola. Questioni di punteggio? Probabilmente, ma aveva senso (era serio?) assegnare una classe difficile a una pivellina neolaureata? Che aveva fatto solo qualche supplenza a ragazzi quasi coetanei?

Non che la cosa la spaventasse, anzi, le piaceva la sfida. Ma la preoccupava l’essere all’altezza, la necessità di avere, secondo lei, conoscenze psicologiche adeguate riguardo ad un’età evolutiva già difficile in situazioni normali, figuriamoci in quelle “particolari”. Infine le sembrò di aver capito una cosa: davano a lei la sezione che nessuno voleva.

E si arrivò al primo giorno di scuola. Eccola di nuovo camminare veloce sul viale alberato, tante volte percorso da studentessa, con qualche patema anche, per un compito in classe od un altro: ora con un pensiero più forte. Per prima cosa l’appello, si capisce. Poi guardarli bene in faccia, uno per uno. E sorridere, sorridere sempre: doveva ispirare fiducia. E se l’avessero fraintesa? Se avessero interpretato il sorriso come debolezza e si fossero scatenati? Una prima classe! Bambini. Ma come ci si comporta con dei bambini? A lei piaceva parlare di Dante, Foscolo, Montale…

Intanto era arrivata all’ingresso. Grande confusione: ragazzi, genitori, rumori si accavallavano. Spintonando entrò, salì le scale. Una voce dall’altoparlante scandiva i nomi, si costituivano le classi. Quando sentì chiamare la sua prima, ebbe un tuffo al cuore. Si portò a un angolo, sulla cima delle scale, e aspettò. Uno, due, tre… La classe era lì: un manipolo di varie creature, al momento tranquille, certo spaventate: cosa sarebbe accaduto, nei prossimi mesi?

Fu allora che vide Ragazzino.

Era davanti a tutti, era il più piccolo di tutti. Dimostrava meno degli undici anni che avrebbe dovuto avere. Stava impalato, perduto dentro un completo (giacca, pantaloni, cravatta) da uomo in miniatura, con le maniche troppo lunghe per le sue corte braccia. Portava una cartella enorme, vecchia e scucita in un angolo. Da essa non si sarebbe separato mai, nei mesi successivi, tenendola accanto, toccandola ogni tanto, come un bene prezioso.

Guardava diritto davanti a sé, inespressivo. Ma quando il suo sguardo e quello della ragazza si incrociarono, nei suoi occhi passò un moto di impercettibile consenso. Poi tutti in aula, mentre si scioglieva la tensione.

E i giorni presero il loro andamento abituale: saluto, appello, correzione compiti, lezione…

La ragazza pian piano capì quanto inutili sarebbero state le conoscenze teoriche della psicologia dell’età evolutiva, vide tanti mondi diversi dinanzi a sé, ognuno con una storia certamente difficile, e spesso chissà quanto dolorosa. Prese coscienza che, della vita, i suoi allievi sapevano più di lei. Quindi doveva ascoltarli, spingerli ad aprire quella porta attraverso la quale avrebbe potuto gettare dei semi. Ma poiché erano pur sempre ragazzi, le difficoltà non mancarono.

Fu Ragazzino ad aiutarla.

Una bella mattina, entrando in aula, vide che il suo banco aveva cambiato posto: lo aveva trascinato a fianco della cattedra, sulla destra, con la porta davanti e la finestra alle spalle, così che rimaneva come una sorta di legame tra la cattedra e i banchi.

D’istinto la ragazza avrebbe detto qualcosa, ma non lo fece: gli altri allievi non davano segno di stupore, nessuno commentava o rideva. Allora fece finta di niente, e cominciò la lezione. Più tardi rifletté: se nessuno dei compagni aveva preso in giro Ragazzino, voleva dire che conoscevano il suo modo di essere, e lo consideravano per lui normale. Altre stranezze si verificarono in seguito. Per esempio accadde più volte che, lei spiegando, Ragazzino salisse sulla pedana della cattedra e a questa si appoggiasse come ad un balcone. Sembrava volere le parole dell’insegnante solo per sé. Nessuno sottolineava la cosa. La ragazza imparò che c’è un modo di capire le persone che non si disperde in parole, ma si traduce nell’accettarle come sono: i compagni di Ragazzino, con alle spalle esperienze di sofferenza anche inconsapevolmente vissuta, lo accettavano com’era. Infatti non ci si giudica tra uguali: chi patisce come altri patiscono, può solo capire, non giudicare.

Ragazzino era un tipo speciale. Aveva un intuito formidabile nel cogliere lo stato d’animo della ragazza. Come lei entrava in classe, la guardava, quasi a volersi assicurare che tutto andasse bene. E se un pensiero, una preoccupazione o un dolore le occupavano la mente, Ragazzino non la perdeva d’occhio: la seguiva con lo sguardo in tutti i movimenti, la accudiva, pareva dirle: ”Tranquilla, sono qui”.

Così il rapporto tra loro divenne speciale, una sorta di “mutuo soccorso”. Anche Ragazzino, infatti, aveva bisogno di lei. Un giorno arrivò a scuola tutto arruffato, come chi viene da una zuffa. I compagni, muti. Faticosamente la ragazza appurò che qualcuno delle sezioni “normali”, prima di entrare, lo aveva preso in giro, per quella enorme cartella, logora e antiquata. Era il suo bene più prezioso. Ne era seguita una scaramuccia prontamente sedata da un insegnante. Ma Ragazzino era buio in volto, non seguiva la lezione, continuava a mettere libri dentro e fuori dalla cartella. Così la ragazza, mentre intratteneva i compagni spiegando, girò dietro di lui, si appoggiò allo schienale della sua sedia come se avesse bisogno di un sostegno e gli rimase accanto. Mentalmente gli disse : “Tranquillo, sono qui”. Lo vide calmarsi pian piano. Nessuno dei compagni mostrò mai di pensare a favoritismi.

Poi venne la primavera, le finestre erano aperte ed entrava un sentore di nuovo, di speranza e fiducia. Quanti sogni aveva in cuore la ragazza? E quanti desideri e voglia di vivere i suoi allievi? Lei, che ragazza non è più, si domanda cosa di voi, partiti svantaggiati, abbia fatto la vita. Ma più spesso va con la mente a quell’ultimo giorno di scuola., indimenticabile.

Tutti sappiamo cosa voglia dire l’ultimo giorno di scuola, già preparato da una lunga nullafacenza, in cui si annaspa per pescare dove non c’è più acqua…E in quella prima non era stato diverso. Dunque nei corridoi si respirava un’aria che sembrava dire: “Visto? Altro che studiare.”. La ragazza sgusciava tra un corpo e l’altro verso la sua prima, quando recepì dall’aula uno strano silenzio. Possibile? Entrò. Ognuno se ne stava al suo posto, nessuno era seduto sghimbescio, non c’erano gambe allungate tra un banco e l’altro, né busti sdraiati alla meno peggio. Compostezza assoluta. La cosa più strana era che Ragazzino stava seduto su un fianco, così che mostrava il viso ai compagni, non all’insegnante. E, le sembrò, nascondeva un sorriso. Lei si sedette, firmò il registro, domandandosi cosa stesse succedendo. E all’improvviso, dall’ultimo banco, si alzò e venne avanti, con aria forzatamente disinvolta, il più alto, il più bello, il “vissuto” del gruppo. Arrivato alla cattedra, posò (buttò…) su di essa qualcosa e disse: “È per lei”.

Lucente, nuovo fiammante, il coltellino svizzero brillava sul legno. La ragazza alzò gli occhi per ringraziare e fu allora che ogni disciplina andò a fondo: tutti intorno alla cattedra, vocianti, ridenti, ognuno a mostrarle come si apriva, come si chiudeva, quante funzioni avesse. Fecero in mezz’ora il chiasso che non avevano fatto in nove mesi.

In piedi sulla pedana della cattedra, Ragazzino era il ritratto della felicità: sembrava dieci centimetri più alto, sorrideva e controllava l’assalto.

Tutto è passato, ormai. Tutto è cambiato. Ma la ragazza, la donna, spesso negli anni è tornata a quel momento come a un bene prezioso, che si tocca per verificare che è lì: come facevi tu con la tua cartella, Ragazzino, perché dentro quella cartella c’era, senza che tu lo comprendessi appieno, tutto il tuo futuro.

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