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Cultura

“CHICCHE” DI CASA NOSTRA

SERGIO REDAELLI - 23/12/2016

Il 24° numero di Terra e Gente

Il 24° numero di Terra e Gente

Piero Chiara mentore e maestro amoroso di Luciana Guatelli (1927-1983), la giovane poetessa varesina con cui ebbe un intenso legame sentimentale e con la quale era prodigo di consigli, premure e utili segnalazioni. Lo descrive, con garbo, Serena Contini nel nuovo volume di Terra e Gente, appunti e storie di lago e di montagna, presentato il 16 dicembre a Cuveglio da Alberto Coen Parisini, rettore dell’Università dell’Insubria, nel corso di una serata allietata dall’Ensamble de Saxophones di Varese, diretto da Giuseppina Levato.

La Guatelli, autrice delle raccolte liriche giovanili Preludio, S’inazzurra la costa e La noia della verità, era pronta ad accettare suggerimenti, correzioni, bocciature di titoli e perfino tagli d’intere strofe dall’autorevole e affettuoso compagno. Il dolce apprendistato finirà con la loro love-story nel 1954, “ma il distacco dallo scrittore – nota la Contini – corrispose forse a quell’emancipazione intellettuale necessaria per il raggiungimento di una autentica maturazione artistica”. Che infatti Luciana raggiunse con il riconoscimento della critica a partire dagli anni Settanta.

Il 24° volume di Terra e Gente, la rivista culturale della Comunità montana delle Valli del Verbano, rende un doppio omaggio a Piero Chiara nel trentesimo anniversario della morte. Oltre a rivelare il “fuoco nascosto” che lo univa alla Guatelli, ripropone il racconto La forza del destino, pubblicato da Mondadori nella raccolta L’uovo al cianuro e altre storie del 1969. Per gentile concessione degli eredi, si torna così a gustare la vicenda boccaccesca di Diomira e don Biancamano, colti in atteggiamento scandaloso da una beghina del paese e, come spesso accade nei racconti di Chiara, vittime invece di un umanissimo equivoco.

Il volume è ricco di contributi. Gianni Spartà racconta i fasti industriali della costa lombarda del Verbano, a cavallo tra l’Otto e il Novecento, rievocando la “Manchester del lago ricca di cotonifici, tessiture e tintorie”. Accadeva negli anni in cui gli stabilimenti Hussy di Creva producevano stoffe apprezzate in tutta Europa e aziende come la Siai di Sesto Calende, la Società Ceramica di Laveno, la Rossi di Angera (tuttora in grande spolvero), la vetreria di Caldè e le cave di calce a Ispra e Porto Valtravaglia alimentavano l’immagine di un Varesotto operoso.

Attraverso le cronache dei giornali Francesca Boldrini ricostruisce il clima in cui si svolsero i lavori di fortificazione della Linea Cadorna in vista della Grande Guerra. Cronache reticenti, che tenevano conto della necessità di non divulgare notizie “utili al nemico”. Così i quotidiani si limitavano a registrare i fatti di cronaca (incidenti sul lavoro, tagli dei boschi, liquidazione dei danni per opere militari, feste popolari, reclutamento di operai) con allusioni generiche ai “lavori che si stanno eseguendo in questi paraggi” (nel volume c’è anche il bel reportage fotografico sulla Linea Cadorna a cura di Carlo Cattaneo).

Del ritardo della vitivinicoltura varesina a metà Ottocento rispetto a quella langhigiana parla l’articolo di Sergio Redaelli, che mette a confronto la Varese dei comizi agrari e delle prime banche rurali con il Piemonte di Camillo Benso conte di Cavour, sindaco-agricoltore a Grinzane. Mentre da noi si maritava ancora la vite all’olmo, il tessitore dell’Unità d’Italia già puntava sull’innovazione scientifica per combattere le malattie della vite e produrre il nebbiolo di lungo invecchiamento, alla francese. Un ritardo che il Varesotto ha provato a smaltire col tempo e oggi registra il riconoscimento Igt dei suoi vini.

Altri contributi riguardano i misteri archeologici della chiesa di S. Biagio a Cittiglio con i resti di un giovane decapitato e di una donna uccisa da una freccia (a cura di Jolanda Lorenzi, Francesco Muscolino e Roberto Mella Pariani), i soggiorni dumentini di Aldo Buzzi sceneggiatore di Lattuada, Zampa, Comencini e Fellini (Luca Gallarini), le glorie letterarie di Mesenzana (Alberto Rossi), la doppia e contraddittoria identità lacustre-montana di Varese (Claudia Biraghi), le quattro generazioni calzaturiere della famiglia Trolli (Roberto Rotondo), la birra prodotta con il luppolo di Brissago (Flavio Boero).

Ancora: la storia a lieto fine di due internati in Svizzera dopo l’8 settembre 1943 (Emilio Rossi) e l’incredibile, vana battaglia legale affrontata da Rinaldo Gallivaggi contro la casa reale Savoia nel tentativo di essere riconosciuto nipote della regina Margherita, la moglie di Umberto I, e ottenerne l’eredità (Giorgio Roncari). Il tutto con la consueta abile regia di Serena Contini, coordinatrice dei Musei Civici di Villa Mirabello e responsabile dell’archivio letterario del Comune di Varese, studiosa di Piero Chiara, Liala e Innocente Salvini, autrice di libri sul lapidario di Palazzo Estense, la linea Cadorna, i poeti di Quarta Generazione e da molti anni, appunto, “gran sacerdotessa” di Terra e Gente.

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