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Storia

USTICA, CONTROCANTO

FLAVIO VANETTI - 24/07/2020

DC9Molti varesini probabilmente lo conosceranno, essendo stato per anni collaudatore dell’Aermacchi e abitando ancora in città. Ma Franco Bonazzi è anche una persona che ha dedicato tempo, passione (e tante arrabbiature) alla vicenda della tragedia di Ustica: assieme a Francesco Farinelli, dottore di ricerca in Storia, ha così scritto il libro “Ustica, i fatti e le fake news, cronaca di una storia italiana tra Prima e Seconda Repubblica” (editore LoGisma, prezzo 24 euro). Nel quarantesimo anno di quel disgraziato volo, conclusosi alle 20.59 del 27 giugno 1980 con 81 vittime, la voce sua e quella del co-autore assumono il suono di un controcanto nel mare magnum di un “main stream” schierato e orientato.

Sveliamo subito l’assassino, che peraltro si deduce e non si incastra: non fu un missile, ma una bomba. C’è chi dice che la “mission” di Bonazzi fosse prima di tutto quella di difendere “tout court” l’Aeronautica Militare da accuse infamanti e di certo, di fronte a quello che pare un appunto metodologico e che invece dal suo punto di vista è solo l’approdo di un lungo lavoro, il suo pensiero è ben differente: “Penso piuttosto – commenta – che sia il momento di sgomberare il campo dalle infinite incrostazioni che segnano questa storia e il ricordo di quei poveracci che si sono trovati nel posto sbagliato e pure nel momento sbagliato”.

E’ un libro impegnativo. Colpisce però per la profondità e la meticolosità della documentazione prodotta. E’ un libro soprattutto coraggioso, che sul leitmotiv di un titolo già di per sé emblematico propone la rivisitazione analitica della tragedia del DC9 dell’Itavia senza sposare tesi preconcette ma senza nemmeno assecondare la “vulgata” ormai consolidata in base alla quale il jet è stato abbattuto da un missile. Paradossalmente, 360 pagine ricche di ogni tipo di testimonianza, inclusi estratti di 277 udienze, sono sintetizzabili in una tabella che associa le varie ipotesi sulle cause del disastro con le evidenze riscontrate. La griglia porta a una conclusione chiara: “Il cento per cento della compatibilità lo si ottiene solo nel caso della bomba”, spiega Bonazzi, che è stato anche il primo italiano a sedersi ai comandi di un F-104. E’ stato un lavoro certosino e complicato, perché la comprensione del caso Ustica “è stata avvelenata – dice l’ex collaudatore, che ha fatto parte del collegio dei consulenti della difesa nel processo penale – da una serie impressionante di false notizie. Noi abbiamo tentato di distinguere i fatti dalle ipotesi, il vero dal verosimile. La difficoltà di comprensione della vicenda è dovuta anche al suo essere un evento complesso. Inoltre all’Aeronautica Militare italiana, la realtà più competente in materia, è stato messo il bavaglio accusandola di ogni nefandezza. Così la barriera tra ordine e caos che appartiene a ogni scenario complicato è stata distrutta a favore di un’indistinta confusione tra dati di fatto e semplici ipotesi”. La lettura non è agevole, a volte è uno slalom tortuoso. Bisogna affrontarla con mente sgombra e senza pregiudizi. “Vari sono i miti che circolano – osserva il comandante -. I maggiori? La pretesa che uno o più missili siano stati lanciati contro il DC9 dell’Itavia; che vi fosse in corso una guerra aerea segreta; che l’Ami abbia orientato governi e magistratura verso il cedimento strutturale, ipotesi che l’arma non ha mai sostenuto; non ultima, l’assurda teoria secondo cui il DC9 è riuscito ad ammarare e i passeggeri superstiti sono stati eliminati perché avrebbero visto qualcosa di indicibile”. “Ustica, i fatti e le fake news” è un libro moderatamente pessimista. “Anche a causa della strumentalizzazione mediatica, si rischia di rimanere nel vicolo cieco in cui siamo”, aggiunge il nostro concittadino all’unisono con chi l’ha seguito in questa avventura editoriale. Il loro sforzo è di dare un contributo per uscire dall’impasse: le indagini, infatti, non sono concluse a ben 40 anni dal fatto.

Bonazzi e Farinelli suggeriscono una via. “Alcuni documenti, come quelli degli archivi libici superstiti, potrebbero aiutare. Ma altrettanto importante sarebbe consultare il carteggio relativo agli anni 1979 e 1980 tra la nostra ambasciata a Beirut e i Servizi segreti a Roma: purtroppo quei documenti sono ancora coperti dal timbro ‘segreto’ o ‘segretissimo’”. Sembra che con uno dei dispacci si avvisasse, un paio di giorni prima della tragedia, dell’alto rischio di un attentato a un aereo di linea italiano. La spiegazione? Starebbe nella violazione di un accordo sotto traccia – denominato “lodo Moro” – che il Governo italiano avrebbe stipulato con i palestinesi: erano liberi di girare nel nostro Paese e in cambio l’Italia non sarebbe stata colpita da loro attentati. Ma un attivista di primo piano fu arrestato nelle Marche in una retata contro sovversivi di sinistra: l’uomo non fu rilasciato subito come richiesto; e inoltre aveva con sé un missile terra-aria che i palestinesi non ebbero indietro. Da qui, dunque, scattò la ritorsione. La verità, forse, è là fuori. E basterebbe volerla vedere.

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