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Storia

ASSO DEL CIELO

RENATA BALLERIO - 23/07/2021

Arturo Ferrarin (a destra) con Padre Gemelli

Arturo Ferrarin (a destra) con Padre Gemelli

È una storia estiva di ottanta anni fa. Storia drammatica, ma si sa che le tragedie non conoscono le stagioni.

 Nel luglio del 1941 Churchill e Stalin si scambiavano messaggi per stabilire strategie conto Hitler, un piroscafo inglese colò a picco nel Mediterraneo, Egitto e Malta venivano bombardate. Dopo due settimane di piogge abbondanti, il 22 luglio, 12 mila case a Tokio furono evacuate. Questo e altro ancora troviamo nell’archivio de Il Corriere della Sera. Ma la storia che vogliamo raccontare successe venerdì 18 luglio. Siamo a Guidonia Montecelio. Durante un collaudo, quasi di routine, muore Arturo Ferrarin. Era un volo sperimentale fatto da un asso dell’aviazione. Ferrarin aveva soltanto quarantasei anni e aveva navigato i cieli del mondo, come ci ricorda un libro.

Thiene, sua città natale, e Induno Olona, dove è sepolto, hanno reso i doverosi omaggi a questo anniversario.

I due comuni avrebbero preferito festeggiare i cento anni del suo storico raid Roma – Tokio del 1920. Ma il destino, che per noi ha assunto le sembianze della pandemia da Covid, ha dato una svolta alle celebrazioni. E anche per chi non crede al caso o al destino il mese di luglio ebbe un ruolo importante per questo aviatore fuori dall’ordinario. Sappiamo che la sera del 3 luglio 1928, dopo giorni di attesa a causa di problemi del meteo, Ferrarin con Del Prete, decollò da Montecelio, destinazione Bahia in Brasile. E ai comandi di un prototipo Savoia-Marchetti stabilirono il record di distanza in linea, senza scalo: 7,188 in volo. Tappa storica per l’aviazione non solo italiana.

Anche per questo Arturo Ferrarin, esempio di abilità e di determinazione, deve essere ricordato al di là delle celebrazioni ufficiali. A modo suo fu un eroe di entusiasmi giovanili. Eroe con tutte le umanissime paure. Scrisse, ad esempio, del terrore di sorvolare a quota bassa i fili dell’alta tensione. Si dirà che erano tempi diversi, anzi tempi con ideali che divennero pericolosi. Ma questo non impedisce

di riconoscere a Ferrarin, indunese d’adozione, quella chiarezza di intenti e fermezza di carattere che sono doti necessarie per eccellere. Doti che non gli mancarono mai neppure nei momenti difficili.

Basti pensare ad un tragico appuntamento con il destino. Era il 14 luglio 1935, una calda domenica estiva raccontano le cronache. Arturo Ferrarin durante l’ammaraggio all’idroscalo di Genova con il suo idrovolante, un Savoia- Marchetti, urtò contro un tronco galleggiante. Lui e il passeggero rimasero illesi. Ma, uscendo dall’abitacolo, il passeggero fu colpito dall’elica e morì. Aveva quarantatré anni e si chiamava Edoardo Agnelli. A seguito dell’incidente venne modificata la struttura dell’aereo. Forse si modificò anche la storia della FIAT.

Conoscere Ferrarin è una occasione per rileggere la storia, magari con approcci diversi. Due piccoli e diversi esempi possono aiutarci.

Quando nel maggio 1920 arrivò a Tokio ebbe un’accoglienza trionfale. Riconoscimento ad una impresa straordinaria in un momento storico in cui il Giappone, che durante la prima guerra era stato favorevole alla triplice intesa, aveva bisogno di nuove relazioni politiche e commerciali con l’occidente. Di contro in Italia l’impresa, voluta, anzi ideata da D’Annunzio, e “sponsorizzata”da Mussolini, fu accolta in modo tiepido. Era costata troppo, si disse. Ma il vero motivo fu quanto pesò l’invidia di Italo Balbo nei confronti dell’aviatore di Thiene.

 Si sa che la storia è fatta di azioni e di sentimenti, più o meno nobili e non si deve mai dimenticare che per interpretarla occorre un intelligente gioco pluriprospettico.

Proprio per questo, se è giusto guardare con ammirazione una foto di Ferrarin, bell’uomo, vestito da samurai, forse è più interessante ricordalo in un’ altra immagine storica, fotografato accanto a padre Agostino Gemelli. Non si deve, infatti, dimenticare che il fondatore dell’Università Cattolica fu anche pioniere della medicina dell’aria.

 La storia ci racconta sempre tanto, a noi saperla leggere. Magari cambiando l’approccio giudicante.

In tale prospettiva può essere interessante vedere un film di animazione dal titolo Porco Rosso. Storia di un pilota di idrovolanti in cui personaggio secondario ma essenziale è proprio Arturo Ferrarin. Il geniale regista Hayao Miyazaki, noto per la sua ammirazione nei confronti dell’aviazione italiana e per il suo convinto pacifismo, fa dire a Marco Pagot, diventato porco per uno stano maleficio: “meglio porco che fascista”. La frase è rivolta a Ferrarin che, nel prosieguo della vicenda, in due occasioni aiuterà proprio Pagot. La realtà va oltre le apparenze. Anzi va oltre le celebrazioni perché c’è sempre un modo diverso per leggerla. Proprio per questo celebrare gli ottanta anni della morte di Arturo Ferrarin è capire non solo un asso del cielo ma un uomo non comune. Ne vale la pena proprio alla vigilia delle Olimpiadi, visto che ora la capitale nipponica si raggiunge in circa quattordici ore di volo. Mai dimenticare da dove veniamo, anche guardando il cielo. O se preferiamo la storia dell’aviazione.

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