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Attualità

PGT, SPAZIO PER CRESCERE

SANDRO FRIGERIO - 20/10/2023

vareseChe cosa succederebbe se Tesla decidesse di fare di Varese un polo di produzione o di ricerca europeo, sfruttando i collegamenti stradali e ferroviari della città? O se Zara volesse mettere un suo magazzino, come avamposto comunitario proiettato al centro e al sud Europa, o, ancora, se una delle big hi-tech volesse creare un polo di servizi in cloud, con centinaia di tecnici? Dove li metteremmo? Forse da nessuna parte. Ed è già successo.

Il tema è di attualità, mentre il “progetto PGT”, il Piano di Gestione del Territorio entra nella fase più politica, con le Commissioni consiliari che incontrano gli assessorati e con la collaborazione con l’Insubria per meglio conoscere il quadro economico.

Trentacinque anni fa, Varese si faceva scappare una straordinaria occasione, grazie alla miopia di Palazzo Estense. Pochi lo ricordano, perché non c’erano cortei e tute blu mobilitate, ma era il luglio del 1988 quando la Digital Equipment, la numero due mondiale dell’informatica dopo IBM, annunciava un mega progetto per lo sviluppo del software. Il settore era allora sull’onda di una trasformazione epocale. Ogni costruttore di computer aveva i suoi sistemi “chiusi”, ma da pochi anni era arrivata la “bomba” personal computer e anche nei sistemi di fascia più alta, quelli che mandavano avanti aziende e organizzazioni, si stavano mescolando le carte alla ricerca di standard comuni. La “DEC” (Digital Equipment Corporation) aveva deciso di “cambiare marcia” e di creare per questo un centro di sviluppo mondiale. E aveva scelto Varese. “La Prealpina” nel mese di luglio dava l’annuncio: “Varese capitale del computer Usa”, parlando di “grande opportunità economica e scientifica”. A Milano venivano annunciati i piani. Sarebbe nato un centro zeppo di ingegneri e tecnici informatici provenienti da tutto il mondo – circa 150 – super specializzati e ben pagati. Varese era stata scelta per una serie di motivi: la vicinanza con la sede italiana (a Cinisello presso Milano) e quella europea (a Ginevra) oltre che a Malpensa. Altri aspetti ancora erano la presenza della Scuola Europea e la piacevolezza del territorio. Doveva nascere un vero e proprio campus. Investimento attorno ai 100 miliardi di allora.

Il problema era il “dove”. L’azienda andò a esporre i suoi piani al sindaco, che era Maurizio Sabatini, cercando di spiegare che non si trattava di realizzare una bella fabbrica dove assumere dei metalmeccanici che avevano magari perso il posto nei settori tradizionali della zona, ma del personale con stipendi tre – cinque volti più alti che avrebbe trasferito qui la famiglia, con un forte impatto sul territorio. La reazione non fu esattamente di entusiasmo: “beh, se avete bisogno di tanto spazio, potreste andare in via Peschiera: vicino all’inceneritore e alla Motorizzazione Civile: sta nascendo anche un centro commerciale”. I rappresentanti del colosso Usa, tra cui il responsabile della logistica, il varesino Carlo Rusconi, si guardarono perplessi – “sa, noi pensiamo a un posto di alta qualità, all’avanguardia, con un parco. Niente inquinamento e richiamo internazionale”e così si salutarono.
Il centro partì ugualmente, niente “parco tecnologico” ma provvisoriamente un paio di piani in affitto in Piazza 20 Settembre, dove si riuscì a infilare la prima sessantina di tecnici. A guidarli c’era un ingegnere non ancora quarantenne del Politecnico di Torino. Era Pier Sante (“Nino”) Olivotto, che in seguito sarebbe divenuto il capo della divisione servizi di Microsoft per l’Europa e poi il “governatore” dell’informatica di tutto il gruppo Fiat. Non esattamente un pischello insomma. Un varesino, Fabio Bagatin, che fino a quel momento lavorava in un’altra big dei computer, la Sperry Univac, lasciò il suo lavoro a Salt Lake City per tornare a respirare aria insubrica divenendo punto di riferimento tecnico del centro. Dopo un paio d’anni, affamata di spazio, Digital spostò il centro da Varese a Gallarate, dove crebbe oltre il centinaio di addetti. Successivamente, la società fu acquistata dalla Compaq (nel 1998) che confluì nella HP nel 2002.

In ogni caso, una grande occasione persa, mentre nei quindici anni successivi aziende industriali e banche varesine avrebbero cambiato casacca, sede, o sarebbero scomparse. Ma quella volta, Varese stava per diventare davvero una città rivolta al futuro e di richiamo internazionale. Se solo si fosse stati capaci di cogliere l’occasione e di darle uno spazio. Per questo occorre decidere che città si vuol essere, chi si vuol attrarre, quali servizi e spazi mettere a disposizione. Perché chi non fa scelte è destinato a subire le scelte altrui.

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