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Società

GOCCE DI PACE

PIETRO CARLETTI - 15/12/2023

Il cardinal Zuppi

Il cardinal Zuppi

L’ultimo libro del cardinal Zuppi, Dio non ci lascia soli, può rappresentare per ognuno di noi una bussola che, attraverso un ampio ventaglio di riflessioni su temi diversi tra loro, fornisce una proposta per orientarci in un presente tempestoso.

Il volume è percorso dal filo luminoso della speranza e della fiducia, ed è rivolto a credenti e a non credenti. Non si tratta di un «libro di teologia», come fin dall’inizio dichiara l’autore; tuttavia, la luce del Vangelo risalta in ogni pagina, quasi a confermarci, o forse a farci scoprire, che è nella storia, in quella nella quale viviamo, che esso continua a parlarci e ad ispirarci.

Elencare ogni argomento sarebbe impossibile, vale qui approfondirne uno in particolare: quello della guerra e delle possibili soluzioni che aiutano a scongiurarla.

La guerra è, infatti, al centro delle preoccupazioni della Chiesa dai pontefici del Novecento fino a papa Francesco e, a detta di Zuppi, che si adopera per favorire soluzioni di pace per l’Ucraina, costituisce un «virus democratico, invade classi sociali, età, popoli diversi […] si auto espande senza badare a spese, e coinvolge tutti».

Non esiste, però, un’unica tipologia di guerra, essa infatti può essere combattuta tra Stati per ragioni politiche, economiche e sociali. Anche tra le mura domestiche può divampare la fiamma del conflitto, che provoca danni umani altrettanto gravi.

Se considerassimo la sua diffusione, così ampia e capillare, potremmo davvero riscontrare quanto le parole di Zuppi siano congruenti con gli eventi a noi contemporanei: «la guerra è una pandemia», un po’ come il Covid-19, che si è diffuso inesorabilmente nonostante ritenessimo, almeno all’inizio, che fosse un fenomeno che riguardava solo la Cina.

Per evitare di commettere il medesimo errore occorre eliminare le distanze geografiche che ancora ci fanno percepire distanti tutti i conflitti, e prepararci alla pace, che don Primo Mazzolari, prete-soldato durante la Grande Guerra e poi cappellano militare, avrebbe detto di costruire «adesso o mai più», perché ogni ritardo porta con sé conseguenze imprevedibili.

Tuttavia, se esistono almeno diversi tipi di guerre, tutti prevedono soluzioni molto simili fra loro, se non identiche: il dialogo e la volontà di pace.

Nel primo caso si fa riferimento ad un lavoro artigianale e paziente, come quello che compie il rammendatore per sistemare l’ordito di un tessuto; nel secondo alla speranza, virtù teologale sempre operosa, e all’impegno connesso alla gestione delle relazioni, che coinvolge ciascuno di noi sia in ambito politico, come in quello interpersonale. A questo proposito il contributo di ognuno è fondamentale, perché anche se nessuna goccia è decisiva, è proprio vero «che in ogni goccia possiamo contemplare tutto l’oceano».

La pace quindi «non va relegata al campo delle buone aspirazioni», né va confinata in una dimensione onirica: essa è piuttosto un’opportunità da cogliere con intelligenza per combattere contro il male e per farci riscoprire, anzitutto tra le strade delle nostre città, il calore dell’umanità, quella che tende la mano ai poveri e che ha il coraggio di incrociare il loro sguardo. Questo ci consentirebbe di capire che quotidianamente «dobbiamo imparare ad amare», solo così, facendoci prossimi all’altro, impareremo a «farcene carico», e a difenderci dal grave male dell’indifferenza.

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