Nel dibattito sul PGT è riecheggiato un allarme. Il Piano di Governo del Territorio, il principale strumento di pianificazione urbanistica, dovrebbe contenere le linee guida dello sviluppo della città. Il Consiglio comunale lo ha adottato il 6 settembre, dopo cinque lunghe sedute, con 19 voti favorevoli e 8 contrari; l’approvazione definitiva arriverà dopo le osservazioni dei cittadini, che si potranno presentare dal 9 ottobre al 7 novembre. Eppure in aula si è discusso di tutto tranne che dei reali indirizzi di sviluppo di Varese. Ok, qualche spunto qui e là c’è stato. Tipo “Varese non può vivere solo di turismo”, che peraltro è spesso di passaggio o legato a brevi eventi, insomma “mordi e fuggi”. Ma quanto a idee e proposte, il piatto piange. Più di una volta, soprattutto dai banchi dell’opposizione – a partire dal leghista Matteo Bianchi, deciso ma garbato, politico di lungo corso, oggi deputato e nel 2021 candidato sindaco contro Davide Galimberti – è arrivata la frase che fa male ai varesini: Varese ha perso la sfida con Como. Sferzanti le osservazioni di Bianchi: bene preoccuparsi di sostenibilità, ma per chi, se la popolazione cala e la città non attrae? Accanto, un altro messaggio altrettanto chiaro: bene “essere sull’asse Milano-Zurigo” – un mantra del lancio del nuovo PGT, due anni e mezzo fa – ma Varese non rischia di diventare il dormitorio di chi lavora a Milano o in Svizzera, con poco valore aggiunto locale, per non parlare degli investimenti?
Temi tosti, che meriterebbero qualcosa di più di battute sporadiche. Qualche verifica, però, va fatta, per non essere più severi con noi stessi del necessario. Sul piano dei numeri, il giudizio è ingeneroso. È vero, Varese ha 10 alberghi a 4 stelle e Como 16, tra cui due a 5 stelle, frutto anche di una stagionalità diversa. Potremmo aggiungere che la squadra di calcio di Varese milita nella quarta serie, mentre il Como batte le grandi della Serie A e vince anche in Champions League. Roba da rosicare.
Inutile farsi illusioni. Il lago di Varese, nel confronto, resta una pozza, per quanto di ottima qualità per il canottaggio; il lago di Como è un richiamo internazionale, testimonial alla George Clooney compresi, e bagna (fin troppo…) il centro città. Da noi l’unico corso d’acqua cittadino scorre sottoterra, e comunque non è l’Arno. Ma non è tutto oro quel che luccica. Il Lario, notano sindacati e associazioni, concentra una quota record degli investimenti turistici in Italia, tra nuove strutture e acquisti immobiliari. Il territorio però non sempre ne trae vantaggio: alta stagionalità, precariato, lavoro nero, bassi salari nel settore.
Nella sostanza, occorre riconoscere l’amara realtà: Varese e Como sono per molti versi due nobili decadute, accomunate dai flussi di pendolarismo di cui si diceva. Uguale il numero dei frontalieri: circa 32 mila per ciascuna delle due province. Uguale anche il numero delle autostrade e delle ferrovie (due).
Como ha ridimensionato il tessile, Varese ha perso o ridimensionato molti settori, dal tessile alla metalmeccanica. Anche nelle statistiche le due province vivono di gloria passata: buona ricchezza, ma posizioni di metà classifica quanto a produzione del reddito. Il frontalierato ha finora reso impossibili confronti precisi con il resto del Paese, perché i redditi dei “vecchi” frontalieri, nettamente più alti, non entrano nel conteggio. È un problema che riguarda non tanto il capoluogo quanto la provincia nel suo complesso. Como pesa per quasi il 14% della popolazione provinciale, Varese per il 9%, uno dei valori più bassi. Varese ha toccato il massimo di abitanti nel 1981 (90 mila), Como dieci anni prima (quasi 100 mila nel 1971). Poi entrambe hanno perso vistosamente popolazione, circa il 13%: tra il 1981 e il 2026, -12,7% Varese e -13,1% Como. Ci hanno guadagnato i centri minori attorno; per Gallarate e Busto Arsizio hanno giocato anche l’effetto Malpensa e lo spostamento di molti milanesi in cerca di affitti e case meno cari e di spazi migliori. Nei prossimi numeri torneremo sul rapporto tra i capoluoghi e il resto delle due province.
In questo secolo, però, Varese e Como non hanno avuto dinamiche uguali. Tra il 2001 e il 2016, gli anni delle giunte di centrodestra di Aldo Fumagalli e Attilio Fontana, la popolazione bosina è rimasta stabile (+0,2%), mentre Como tornava a crescere del 7,2%. I numeri smentiscono quindi l’idea che con il centrodestra Varese sia tornata a crescere. Tra il 2016 e il 2026, l’era Galimberti, entrambe le città hanno perso un po’ di popolazione: -1,5% Como, -2,0% Varese, che però è tornata a crescere leggermente tra il 2023 e il 2025.
A crescere, oltre a Milano (e lo si vede anche dagli affitti), sono stati altri centri come Gallarate, Saronno e Busto Arsizio, dove hanno pesato il potenziamento dei trasporti e quindi dei collegamenti metropolitani, lo sviluppo del distretto aeroportuale e la ricerca di una maggiore sostenibilità economica. Un propulsore che però sembra essersi spento negli ultimi anni, nel quadro generale del calo delle nascite, che ormai accomuna anche il vicino Ticino, con numeri identici fino alla virgola.
Il quadro economico sta cambiando. Si pensi alla crisi Whirlpool, oggi Beko, con l’addio, deciso nel 2016, del quartier generale di Comerio, che tanto rappresentava anche per Varese; al ridimensionamento, di cui si parla in questi giorni, di quella che fu la sede centrale del Credito Varesino; al trasferimento in corso della sede di Confindustria Varese al Mill di Castellanza. Altri settori come sanità, assistenza (si pensi alle RSA) e università basteranno a riequilibrare il quadro? Varese e la sua provincia hanno bisogno di idee forti.