Cosa avrà mai da spartire un fraticello del XVII secolo con un Papa dell’alba del terzo millennio? Tanto, tantissimo, a giudicare dalla risposta di Leone XIV alla seguente domanda di un giornalista tedesco: «Santità, mi dica un libro che potremmo leggere per capire chi è Prevost». Ebbene, il libro scelto (che in verità è un libriccino) è “La pratica della presenza di Dio”, scritto da Fra Lorenzo della Resurrezione, un converso Carmelitano vissuto appunto tra il 1614 e il 1691. Robert Francis Prevost, uomo conoscitore di sette lingue, con lauree in scienze matematiche, filosofia, diritto canonico, profondo cultore di Sant’Agostino (che sappiamo autore di fior di volumi, un gigante della cristianità), senza tergiversare indica i testi dell’umile servitore di un convento al quale era stato assegnato il compito di dedicarsi alla cucina (suo malgrado) e in una fase successiva di riparare le calzature dei frati.
Fra Lorenzo non era uno scrittore. Aveva fatto il soldato nella guerra dei Trent’anni. Ferito e fatto prigioniero, aveva maturato la decisione di ripudiare la guerra e di cambiare vita. Nel convento di rue di Vaugirard di Parigi si adattò a fare il cuoco e ad abbracciare un’esperienza di spiritualità tanto semplice quanto di totale donazione al Signore. «Io giro la mia frittatina nella padella» diceva «per amore di Dio». Da allora ci ha lasciato la testimonianza di cosa significhi «vivere alla presenza di Dio», vale a dire -sempre riprendendo le sue parole- «applicarsi continuamente a che ogni nostra azione, indifferentemente, sia come un breve incontro con Dio».
Ma perché ciò sia possibile, avvertiva Fra Lorenzo, occorre un ribaltamento della concezione di sé, proprio come è stato descritto nell’omelia di Leone XIV all’indomani della sua elezione: «… Sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo». Non si tratta di un cammino facile. Bisogna infatti investire «tempo e fatica» e rendere concrete tre precise condizioni: «purezza di vita, adesione alla fede della Chiesa e questo piccolo ma santo esercizio: ripetere spesso durante il giorno queste intime adorazioni», che consistono nel rivolgersi a Dio, dialogare con Lui. Con un nota bene, aggiunge Fra Lorenzo, che «non esiste circostanza che possa separarci da Dio e che ogni nostra azione, ogni nostra occupazione e perfino ogni nostro errore acquistano un valore infinito se sono vissuti alla presenza di Dio, continuamente offerti a Lui».
Il fraticello di Parigi, un maestro di spiritualità, era diventato un saldo riferimento per le tante persone che volevano confrontarsi con lui incontrandolo o scrivendogli lettere. A ciascuno dava risposte chiare, suggerimenti, l’indicazione di un percorso di conversione da seguire. Tra questi “frequentatori”, le cui fila si sono moltiplicate anche dopo la morte del frate, c’è dunque oggi anche papa Leone, che ci ha rivelato di attingere da quell’insegnamento, per lui particolarmente importante in Perù -ha voluto precisare- quando imperversavano i terroristi. Segnalandoci ora la “Pratica della presenza di Dio”, Prevost non ha voluto darci semplicemente un’informazione su di sé, ma ha inteso evidentemente invitarci a leggere un libro tanto semplice quanto profondo. E in grado di comunicare uno stile di vita che bada all’essenziale.