Non si vede la luce in questo momento. È buio pesto e siamo sempre lì, col fiato sospeso, in attesa che qualcosa cambi nello scenario internazionale, che invece appare sempre più ingarbugliato e cupo. Per ora, in fondo al tunnel non si vede niente. Non dall’Ucraina, dove la guerra va avanti ormai da cinque anni e gli annunci dei negoziati di pace sono falsi come Giuda. Non in Medio Oriente, a Gaza, dove le ferite inferte a quel popolo martoriato sono ancora lì, completamente aperte. Non si parla neanche più di ricostruzione, neanche di quei lunari resort che hanno inorridito il mondo, mentre siamo a ridosso dell’inverno e gli edifici danneggiati dai bombardamenti dei mesi scorsi vengono giù irrimediabilmente, come birilli, facendo ancora decine di morti, soprattutto tra donne e bambini, com’è successo qualche giorno fa. Non si vede nulla neanche in Iran, dove la guerra scatenata dagli USA e da Israele ha avuto il solo “mirabile” effetto di rafforzare un regime che prima era solo inumano e che adesso invece appare una vittima. In questo momento, addirittura, ha preso coraggio aprendo altri fronti di guerra, che coinvolgono popolazioni locali come gli Huthi, gruppo armati yemeniti, ai quali è stato dato il compito di chiudere oltre allo stretto di Hormuz, anche quello di Bab el-Mandeb (sul Mar Rosso).
Non si vede una via d’uscita perché abbiamo a che fare con comportamenti che stanno tra l’infantilismo e il rimbambimento senile, tanto negli USA, come in Russia e in Israele. Negli USA, mentre il mondo va a rotoli, il capo di governo più potente del globo si trastulla col cambio di nome a tutto quello che gli capita sotto mano. Il Golfo del Messico è stato ribattezzato con Golfo d’America. Il Lago Ontario è diventato il Lago America. Mentre è stato proposto di cambiare anche il nome al New Mexico in New America. Per non farsi mancare niente con cui giocare, insieme al bastoncino di zucchero filato, pochi giorni fa, in Irlanda, il Nostro ha dichiarato di voler “rimettere insieme” la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, senza sapere che diavolo e acqua santa sono inconciliabili. D’altro canto, in Russia l’autocrate del Cremlino s’immagina di rimettere in piedi qualcosa di simile alla vecchia Unione Sovietica per dar sicurezza ai suoi confini (ma chi vuole andare lì?). In Israele il pensiero insano che guida la mano delle stragi è che si possa eliminare definitivamente la popolazione palestinese di quei territori, invece di pensare a dei modi per una convivenza civile.
E così, in questa dannata situazione il più piccolo spiraglio diventa una grande speranza. Per cui, un po’ tutti, credo, stiamo guardando alle prossime elezioni americane di midterm (le elezioni di metà mandato), che si svolgeranno il 3 novembre, come ad un punto di svolta, perché i sondaggi danno il presidente americano in caduta libera. Ma pare ci sia poco da rallegrarsi anche di questo, perché ci si aspetta che rifiuti il giudizio delle urne e s’inventi qualcosa di stravagante per uscire dalla probabile sconfitta. Dunque, è ancora buio fitto. L’unico ad aver messo un po’ la mordacchia ad una presidenza fuori controllo, sembra essere Kevin Warsh, il nuovo governatore della Fed (la Federal Riserve), la Banca Centrale americana, che nei giorni scorsi ha aumentato il tasso di sconto (il costo del danaro) di 0,25 punti, portandolo dal 3,75 al 4,0% per frenare l’inflazione.
Poca cosa si dirà. Ma Trump pochi mesi fa l’aveva voluto proprio perché abbassasse il più possibile il costo del danaro, cosa che il suo predecessore, Jerome Powell, gli aveva sempre negato. E infatti, appena uscita la notizia, a suo modo, ha piagnucolato come un bambino a cui han tolto il ciuccio. Ha balbettato che il costo del danaro dovrebbe essere inferiore all’1%, ma s’è chetato quasi subito. Dunque che dire? In tutto questo, l’indipendenza della Fed si sta dimostrando un pilastro efficace, forse più delle sentenze della magistratura statunitense. D’altra parte, i numeri fanno paura. Gli USA hanno oltre 40 mila miliardi di dollari di debito pubblico. Il debito federale lordo supera il 125% del pil. E il costo di quest’onere assorbe il 15% della spesa federale, oltre 900 miliardi di dollari, più o meno la dimensione degli stanziamenti per la difesa. Il rischio che succeda qualcosa di grave, come coi subprime del 2008, non è irreale. E quindi la Fed, forse, è l’unico santo a cui votarsi. Forse, la pensa così anche Trump. Forse, una lucina c’è. Forse.