Parole

NO GHETTO

MARGHERITA GIROMINI - 09/10/2026

Mi piacerebbe molto poter affermare che nella scuola “Nessuno è straniero”.

Ma perché questo avvenga la scuola deve essere aperta, accogliente, capace di riconoscere i bisogni di ciascuno.

Fortunatamente nel nostro Paese sono tante le scuole che hanno trasformato i progetti di vent’anni fa in pratiche quotidiane di inclusione grazie all’impegno costante per costruire metodologie che rendano accoglienza e integrazione concreti.

Davvero si sentiva la necessità di un decreto che sottolineasse le problematiche relative ai bambini e ai ragazzi neo arrivati?

Serviva proprio legare il loro inserimento a percentuali, codificate in articoli e commi rigidi, destinati a mettere in difficoltà le famiglie immigrate?

Le necessità di organizzazione per le classi nelle quali sono presenti numerosi bambini non italofoni sono reali ma non è complicato individuare stabili percorsi di inclusione diversi, cosa che avviene ormai da decenni nei Paesi europei di più antica immigrazione.

Anche il linguaggio del DL 170 suscita qualche perplessità.

I neo arrivati vengono definiti, di volta in volta, “alunni con cittadinanza non italiana”, “studenti con gravi difficoltà linguistiche”, “studenti appena arrivati”, “studenti non nati in Italia”.

Non sarebbe bastato chiamarli, per esempio, studenti neo immigrati? Perché le parole non sono mai neutre e raccontano il modo in cui guardiamo le persone.

Poi, nei giorni del dibattito, è comparsa una parola ancora più pesante: “ghetto”. Così sono pensate le classi con molti studenti stranieri, quelle dalle quali i genitori italiani fuggono.

Il fenomeno è stato accostato dal Ministro dell’Istruzione al white flight, la “fuga dei bianchi” verso scuole con una minore presenza di studenti stranieri. A propria difesa per l’uso di una categoria dal sapore razzista, Valditara ne ha sottolineato la dimensione internazionale, ventilando anche per noi il rischio di una deriva verso la segregazione scolastica.

Ma proprio qui occorre fermarsi per sentire la voce di docenti impegnati nella costruzione di una scuola aperta al mondo.

La scuola deve impedire la concentrazione degli stranieri o lavorare per ridurre le disuguaglianze?

Edoardo Affinati, docente e scrittore, contesta una prospettiva che rischia di mettere in secondo piano la scuola come luogo delle relazioni e dell’incontro. Se le classi sono complesse, sostiene, servono più risorse, formazione, specializzazione, strumenti adeguati ai nuovi bisogni.

Il professor Christian Raimo ricorda che il compagno di banco, qualunque sia la sua origine, dovrebbe avere gli stessi diritti e gli stessi doveri per poter costruire insieme agli altri il proprio percorso di emancipazione.

Una classe non è una somma di percentuali. È una comunità.

Ci sono ragazzi arrivati ieri e ragazzi nati qui, chi parla perfettamente italiano e chi lo sta imparando, storie familiari e lingue diverse. Eppure stanno nello stesso luogo, condividono un banco, un insegnante, una lezione. Imparano, discutono, si aiutano. Costruiscono, spesso senza saperlo, una piccola comunità.

“Nessuno è straniero” non significa che siamo tutti uguali.

Significa che nessuno dovrebbe essere incasellato per sempre dalla propria provenienza, dalla lingua che parla in famiglia o dal luogo in cui è nato.

“Nessuno è straniero” può essere lo slogan di una società inclusiva che nasce nella scuola, la prima comunità extrafamiliare dove impariamo a interagire con gli altri.

Per questo, davanti alla decisione di fissare un tetto al numero di stranieri per classe la domanda non è soltanto “quanti stranieri possono stare in una classe”? ma quanta comunità è possibile costruire dentro quella classe?