Passare il Natale in solitudine non era una novità.
Per anni, quando esisteva la sua grande famiglia, il Natale era stato un gioco, un affanno di regali e di cibi, per i quali ogni impegno valeva la pena. Il fatto che Natale fosse la nascita di Cristo apparteneva ai preti, come diceva lo zio ateo, calcando la parola per essere più chiaro.
Il resto della famiglia era indifferente al problema, i ragazzi pensavano ai doni che avrebbero ricevuto, al film da vedere il giorno di Santo Stefano, all’innamorato/a, quando l’avevano. Rimaneva il legame di sangue tra fratelli, cugini e nipoti, che la ricorrenza rinsaldava.
Poi gli eventi avevano reso sempre meno numerosi commensali al tavolo di Natale: parole e atteggiamenti erano pian piano diventati ovvi fino a rendere preferibile fare un viaggetto a Natale, magari in un luogo esotico. Oppure stare a casa, con pochi amici.
Il tempo fa i suoi percorsi, non guarda in faccia nessuno, e anche gli amici spariscono, invecchiano o si ammalano. E la solitudine, come la tela di un ragno, aveva teso la sua rete.
Dunque il protagonista di questa narrazione, chiamiamolo X, aveva imparato a passare il Natale da solo. Non si era rivelato un gran male. Fare quel che si voleva, non avere l’obbligo di sorrisi forzati, di apprezzare sempre e comunque i racconti mille volte sentiti della zia ormai vecchia…
Così da qualche anno il giorno di Natale era stato uguale a tutti gli altri: letture, passeggiate, acquisti per sè… E poi?
Una mattina poco prima di Natale gli era accaduto di vedere un barbone seduto contro un muro. A dire il vero appariva troppo pulito per essere un barbone, e l’insieme faceva pensare che non fosse stato sempre un mendicante. Chiedeva l’elemosina. Sorrideva.
Il nostro protagonista era rimasto colpito. Come può apparire sereno un uomo ridotto a chiedere un’elemosina che nessuno gli dà? Qualcosa lo aveva spinto a parlargli, con una disinvoltura che non gli era abituale. E l’uomo alle sue domande aveva risposto, raccontandogli brevemente cosa lo spingeva a venire a sedersi in terra tutti i giorni, a fare il mendicante in quel modo: perché comportandosi così conosceva meglio sé stesso.
Cosa voleva dire? Era seguito un lungo silenzio, fatto di sguardi. Il “mendicante” aveva parlato per primo: “Vede le persone che passano? Io posso osservarle ad una ad una, come e quando si fermano, qual è la loro espressione, come camminano, se appaiono tristi o felici…Tante cose vedo della vita attraverso di loro, in molte mi riconosco. Perciò, quando la sera torno nella mia casa, ho conosciuto me stesso, giorno per giorno”.
La conversazione si era poi conclusa piacevolmente, ed X era tornato a casa, si era seduto in poltrona, a lungo riflettendo.
Gli era tornata in mente la famosa frase “conosci te stesso”. X si conosceva: sapeva distinguere il bene dal male, aveva gusti sani, offriva aiuti in denaro a varie associazioni, era stato un buon lavoratore. Non bastava? Cosa di se stesso doveva ancora conoscere?
Non bastava. Glielo aveva fatto capire il “mendicante”: cercare sé stesso negli altri.
E questo pensiero aveva riempito la sua solitudine, il giorno di Natale.