Cultura

DONNA CORAGGIO

RENATA BALLERIO - 25/09/2026

“Donna di coraggio e grande talento”, ha detto di lei Sergio Mattarella a Nuoro, il 14 febbraio scorso, aprendo le celebrazioni per il centenario del Nobel. Il coraggio – precisiamo – di opporsi a certe rigide convenzioni sociali e culturali. Sveliamo subito il nome: Grazia Deledda.

Abbastanza in sordina – a parte nella sua Nuoro e a Cervia, dove per anni villeggiò per fuggire dall’afa romana – viene ricordata nel centenario del Nobel a lei assegnato: prima e unica scrittrice italiana a ricevere il riconoscimento internazionale, vent’anni dopo Carducci. Guardare oggi la sfocata fotografia in cui quella signora piccoletta e grassottella, con una bianca e folta capigliatura molto ottocentesca, vestita di nero, che stringe con semplicità un mazzo di fiori, viene immortalata il 10 dicembre del 1927 a Stoccolma, non solo commuove ma ci interroga. Il Nobel era quello per il 1926, consegnato il 10 dicembre 1927.

«Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano»: questa era la motivazione del Nobel. Lasciamo ai critici letterari il giudizio sulla sua scrittura. Ma simbolicamente festeggiamo il suo compleanno, la cui data – come lei stessa disse – è incerta tra il 27 e il 28 settembre del 1871, per ripercorrere la sua vita. Soprattutto per trarne una lezione contro certi stereotipi ingabbianti. E per questo sempre riduttivi, quando non fuorvianti e persino pericolosi.

Il primo è sicuramente culturale: considerare Gràtzia, secondo una possibile grafia sarda, una scrittrice dal sapore regionale. Non solo la motivazione del Nobel lo smentisce, ma anche l’apprezzamento che ebbe da scrittori stranieri con i quali era in contatto. Uno per tutti: D.H. Lawrence, che promosse nel mondo anglosassone La madre, scritto dalla Deledda prima a puntate e poi pubblicato integralmente nel 1920. Insomma, il regionalismo – giudizio spesso datole – ha dentro di sé valori che superano lo spazio e il tempo.

Il secondo è scolastico, e anche questo la scrittrice, di solida cultura benché quasi autodidatta, lo supera: non fu solo una verista, quasi epigone verghiana, ma seppe accogliere le inquietudini dolorose di un certo decadentismo. Certi durevoli luoghi comuni si possono – e non solo per la Deledda – frantumare con la conoscenza.

In questo caso le scelte di vita della scrittrice aiutano. Appunto il suo coraggio di studiare, rompendo le catene che in certe classi sociali bloccavano il diritto allo studio. Lei lo volle con tenacia. Memorabile quanto disse nel suo discorso a Stoccolma, uno dei più brevi nella storia del Nobel: «Sono nata in Sardegna; la mia famiglia, composta di gente savia e anche di violenti e di artisti creatori, aveva poche letture. Ma la mia prima giovinezza fu illuminata dalla presenza di un poeta… Sono vissuta coi miei personaggi; essi sono stati i miei soli compagni, la mia sola realtà. Ho lavorato sempre con la certezza di compiere un dovere artistico e morale. Il mio ideale è stato sempre quello di creare la bellezza e di diffondere il bene. Ricevo questo premio con profonda emozione e con la più viva gratitudine, e lo offro alla mia Patria e al mio popolo».

Parole essenziali e intense. Retoriche – per la nostra sensibilità – nella conclusione. E qui si dovrebbe aprire una lunga parentesi per raccontare il complesso rapporto tra lei e il fascismo, che molto strumentalizzò per la propaganda quel premio Nobel.

Ma a noi piace ricordare – anche se solo per sommi capi – altro.

Solo due annotazioni. Ad esempio la fortuna che ebbe anche di pubblico: nel 1916 dal suo romanzo Cenere fu tratto un film muto con protagonista Eleonora Duse, nella sua unica apparizione cinematografica. E nel 1909 fu proposta come candidata al Parlamento italiano: una provocazione, visto che le donne non avevano neppure il diritto di voto.

A novant’anni esatti dalla sua morte, avvenuta il 15 agosto 1936, non meriterebbe qualche ricordo in più? Ad esempio lei come scrittrice di racconti, come nella raccolta La vigna sul mare? Potrebbe farlo anche Varese, che difende con il Premio Chiara l’arte del racconto. A noi l’omaggio a una donna di coraggio.